L’antifascismo veste talebano

Buddha      benito

Molti lettori ricorderanno l’insensata azione distruttiva dei talebani in Afghanistan che determinò la distruzione delle gigantesche statue di Budda: nel 2001 la dinamite fece a pezzi i famosissimi Buddha di Bamyan, patrimonio dell’Umanità, alte rispettivamente 55 e 33 metri direttamente scolpite nella roccia, considerati “simboli pagani” perché realizzati prima della nascita di Maometto. Un gesto, prima che un crimine odioso perché esprimeva il concetto che prima di Maometto era il “male” e dopo il “bene”, negando ciò che era comunque Storia, soprattutto in considerazione che noi tutti siamo quel che siamo grazie al passato, che ci piaccia o no. Analogamente in Italia si incontra gente di spessore culturale pari ad un angstrom (forse) che vorrebbero cancellare, esattamente come i talebani, venti annidi Storia italiana che, piaccia o no, è comunque Storia italiana. Hanno cominciato la Boldrini e Fiano che, dall’alto del loro complesso di inferiorità culturale, vietano qualsiasi riferimento al fascismo, sia pure nelle etichette delle bottiglie di vino: dando luogo, con ciò, a due possibili interpretazioni: per la prima mostrano di “aver paura del fascismo” come se questo fosse possibile per condizioni sociali interne ed esterne al sistema Italia lontanamente paragonabili a quelle che ne determinarono la nascita. Per l’altra l’interpretazione è opposta, poiché sanno benissimo che l’Italia non corre questo pericolo e le loro azioni sono dettate esclusivamente dalla necessità di creare un “nemico” immaginario avendo la consapevolezza di aver fallito in tutti i campi. Buon ultimo è arrivato Alberto Melloni, storico del Cristianesimo, editorialista di Repubblica e collaboratore RAI il quale in occasione della celebrazione della Festa della Bandiera a Reggio Emilia ha lanciato un appello grondante preoccupazione per la democrazia  in pericolo “Nell’anticamera di Palazzo Chigi c’è la foto del Duce (come di tutti gli ex presidenti del Consiglio n.d.r.)  ma che forse non va tolta, ma che chi porta le stigmate della persecuzione ha il diritto di rompere, perché almeno un vetro rotto lo distingua da Cavour o da De Gasperi”. Certo non è un dinamitardo, si accontenta, il poverino, di rompere il vetro e lasciare visibile la frattura come monito per le generazioni future che ogni giorno si recano in visita presso l’anticamera del palazzo! Ora immaginate un meridionale tipo Pino Aprile di fronte alla effige di Camillo Benso conte di Cavour, o di un qualsiasi italiano di fronte a Matteo Renzi da Rignano, detto il “bullista seriale”. Cosa dire? Nella gara alla patente di “antifascista doc” la contesa si fa dura per Lauretta e Manuel con un outsider imprevisto, il prode Alberto da Reggio anche se, ne siamo sicuri, altri si iscriveranno alla gara, a cominciare dal presidente reggiano dell’ANPI, Ermete Fiaccadori, che considera l’uscita di Melloni “una provocazione più che giustificata” ed aggiunge che non si tratta di “una rottura virtuale ma di un atto di grande significato”, tipico di infantilismo acuto o senilità precoce aggiungo io.

Elio Bitritto