La XVII legislatura. Renzi e Berlusconi

berlusconi-renziLa legislatura appena conclusasi è stata caratterizzata, senz’ombra di dubbio, dall’ascesa renziana e dalle vicissitudini di Silvio Berlusconi che, insieme a Renzi, è stato (ed è) uno dei protagonisti dello scenario politico attuale.

 

La parabola di Matteo Renzi

La non vittoria alle politiche (febbraio 2013) ha delle ripercussioni immediate all’interno del PD: nelle primarie di dicembre 2013, Matteo Renzi, già sindaco di Firenze e presidente dell’omonima provincia, astro nascente del partito battuto da Bersani nelle primarie precedenti, vince a man bassa, surclassando con oltre il 60% gli avversari Filippo Civati e Gianni Cuperlo, quest’ultimo candidato appoggiato dall’apparato di partito. Un’intera classe dirigente è letteralmente annichilita dall’ascesa dei nuovi arrivati al seguito di Renzi, che, dopo la non vittoria dello stesso Bersani che lo aveva sconfitto nel 2012, si trova la strada spianata e si prende la rivincita. Nel febbraio successivo il segretario del PD, complici le criticità dell’esecutivo Letta, indebolito dai veti incrociati tra i membri della sua maggioranza e a rischio di stallo, decide di staccare la spina al premier, prendendone il posto. Obiettivo dichiarato del leader che aveva più volte affermato di voler rottamare la precedente classe dirigente, e, evidentemente, la vecchia politica, è quello di uscire dall’immobilità, dal galleggiamento, da quella stasi che lo stesso Renzi definirà qualche anno dopo “la palude”.
Letta capisce che il suo partito ha deciso di dimissionarlo e cede il passo. Nel febbraio 2014 il rottamatore diventa premier.
Lo scopo manifesto del Governo Renzi è quello di arrivare alla fine naturale della legislatura dopo aver attuato una serie di riforme capaci di cambiare il volto dell’Italia e di modernizzarla: dalle riforme istituzionali a quella del lavoro, da quella elettorale alle riforme della pubblica amministrazione e del fisco.
L’inizio è convincente, alcuni provvedimenti vengono visti decisamente di buon occhio dall’elettorato (due tra tutti: gli 80 euro e l’eliminazione della componente lavoro dalla base imponibile dell’Irap) e questo porta il PD, alle elezioni europee del 2014, al suo massimo storico (40,8%).
Successivamente, però, complici alcune riforme non graditissime dall’elettorato ed alcune vicende che appannano palesemente l’immagine del principale partito di governo e del suo segretario-premier, comincia un declino politico ed elettorale che si manifesta in varie elezioni amministrative e che raggiunge l’apice con la bocciatura clamorosa della Riforma istituzionale Renzi-Boschi (4 dicembre 2016) a cui la leadership democratica aveva legato – molto incautamente – il destino del governo Renzi che, dopo circa 1000 giorni dal suo insediamento, vede l’ex sindaco di Firenze dimettersi da premier rimanendo segretario del suo partito.
A Palazzo Chigi subentra Paolo Gentiloni.

 

Decozione e riemersione di Silvio Berlusconi

Dopo il (relativamente) buon risultato delle politiche, il Cavaliere di Arcore torna al governo, dopo la parentesi dell’esecutivo Monti, come parte integrante della maggioranza che sostiene Letta. Ma la convivenza tra il Cav e suoi nuovi alleati non dura molto, a causa di ovvie divergenze politico-programmatiche e della decadenza dal ruolo di senatore di Berlusconi, che viene votata in Senato con l’apporto – determinante – dei voti del PD, nel novembre 2013.
A fine settembre dello stesso anno, dopo le dimissioni dei ministri del PdL, è crisi di governo. Letta decide di presentarsi di fronte alle Camere per chiedere una nuova fiducia. Berlusconi decide di votare ‘No’ ma, a causa del dissenso di un numero significativo di parlamentari del PdL, che ormai fanno capo ad Angelino Alfano, deciderà, al momento del voto, di ribadire il proprio appoggio all’esecutivo.
La tregua è momentanea: nel novembre successivo il PdL lascia la compagine governativa che però, grazie all’appoggio degli alfaniani, che fondano un nuovo partito (NCD) che resta in maggioranza, ha i numeri per continuare a governare.
Da quel momento, e fino alla fase discendente di Renzi, inizia, per l’ex senatore, una fase complicata, che vede la scomposizione sostanziale dello schieramento di Centrodestra, con la perdita di un buon numero di parlamentari che scelgono, tramite diversi gruppi nel frattempo costituitisi, di appoggiare gli esecutivi a maggioranza PD.
Forza Italia, come è tornata a chiamarsi quella parte del PdL che continua a seguire il Cav, dà vita, insieme al PD renziano, al cosiddetto ‘Patto del Nazareno’ (inizio 2014), che prevede un accordo politico finalizzato alle riforme istituzionali e all’approvazione di una nuova legge elettorale.
L’intesa dura fino al febbraio 2015 quando, in occasione dell’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, il patto, a causa di divergenze sorte sia in merito alle riforme, soprattutto in materia elettorale, che sull’elezione del Capo dello Stato, si rompe.
In ogni caso, prima e dopo il Patto del Nazareno, e fino a quando l’immagine di Renzi si appanna, è l’ex sindaco di Firenze quello che dà le carte ovvero che conserva l’iniziativa politica.
Nel 2016 però le cose cambiano e, soprattutto dopo le dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio seguite all’esito del referendum del 4 dicembre dello stesso anno, comincia a delinearsi la situazione attuale, che vede il Cavaliere di Arcore in netta riemersione e con buone possibilità di tornare, per l’ennesima volta, al governo.

Marco Sfarra