L’Italia, una nazione senza una nazionale

Ventura Tavecchio - Copia

L’Italia, una nazione senza una nazionale. E come si fa ad averla quando in serie A a giocare è il 54% di stranieri, che persino nel campionato primavera sono il 30%. A questa anomalia si aggiunge un calo della tecnica, della qualità e della identità del gioco italiano. Negli ultimi 20 anni è prevalso anche nel calcio il culto dell’uno vale uno, il pauperismo che ha indotto Tavecchio ad assumere Ventura, un tecnico che costava poco, inadeguato, un allenatore di terza fascia. Ma cosa importa, pensava Tavecchio, questi sono tempo pauperistici, egualitari, a una parte degli italiani stanno letteralmente sulle scatole gli allenatori costosi e cultori delle eccellenze, quelle che s’incazzano di fronte al nuovo corso del calcio italiano. Dove dilagano incompetenza, pressappochismo, familismo di genitori che pagano per far allenare i figli nelle settemila scuole di calcio in cui si affollano settantamila istruttori impreparati, dilettanti allo stato puro. I ragazzini sono costretti ad adeguarsi ai tecnicismi di incompetenti che reprimono i talenti dotati di fantasia creatività, intuito e intelligenza. Abbiamo burocratizzato, mercificato e appiattiti quelli che dovrebbero essere i vivai del calcio italiano. È dilagata così quell’italia che non tollera le individualità, le eccellenze, le professionalità, la selezione, perché no?, darwiniana. Ed eccoci al disastro di un calcio che si è appiattito sul grigiore e la mediocrità del Paese che invidia, che è rancoroso verso chi è dotato e chi eccelle. E in questo l’Italia che non ha superato l’esame di ammissione ai mondiali è identica a quella parte di Paese rassegnato, burocratizzato che invece di ribellarsi preferisce sognare il mini reddito garantito e sopravvivere. L’Italia che nel 2006 stupì e vinse il campionato del mondo era un Paese che come il Milan di Sacchi univa la tecnica alla velocità. La durezza degli allenamenti alla genialità e alla fantasia. Ma quella era l’Italia dei ceti medi produttivi, che sfidava l’Europa nazionalizzando Bankitalia, dove la politica non si faceva marginalizzare dalla finanza. Anzi reagiva. E poteva permettersi una generosità malriposta verso tedeschi e francesi che sfondavano i parametri di Maastricht. Ma non abbandoniamoci al pessimismo. L’Italia che vinceva i campionati del mondo si sta risvegliando. Nell’agroalimentare siamo i primi in Europa. Il sistema moda nei primi cinque mesi del 2017 ha esportatato per 47 miliardi di euro. L’industria farmaceutica è cresciuta del 12%. La meccanica rappresenta il 20% dell’export con quasi 80 miliardi nel 2016. La meccanica si sta fondendo con l’elettronica e i distretti di questo settore innovativo stanno crescendo. Un Paese che in 6 anni vede l’export di medicinali aumentare del 52% è un sistema produttivo non solo modernizzato ma anche competitivo. Ma l’economia italiana è frenata da una classe dirigente inadeguata. Da un giovanilismo di mediocri e incompetenti. Da un pauperismo che frustra le professionalità, da un familismo e una burocrazia che costringono le eccellenze a emigrare. Il sistema Paese negli anni scorsi era identico al sistema sportivo. Ma ora la genialità italiana si sta risvegliando e vedrete che avverrà la stessa cosa nel calcio. E anche in politica. Si volta pagina.

Emiddio Novi

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