Analisi di un risultato annunciato

musumeci

La cosa era nell’aria e lo spoglio delle schede elettorali lo ha confermato: alle elezioni regionali siciliane il Centrodestra ha vinto in maniera netta la corsa a Palazzo d’Orléans, eleggendo il proprio candidato alla presidenza della Regione Sicilia.

Nello Musumeci, infatti, ha vinto la gara a 5 con il 39,8% dei voti validi, distanziando di circa 5 punti percentuali il secondo arrivato, Giancarlo Cancelleri (34,7%), del M5S, e di circa 20 punti il candidato del Centrosinistra di governo, Fabrizio Micari, che si ferma al 18,7%.

Claudio Fava, espressione della Sinistra alternativa a Renzi, è il quarto della classifica col 6,1%, seguito a notevole distanza dal candidato indipendentista Roberto La Rosa, espressione della lista ‘Movimento siciliani liberi’, che ha raccolto lo 0,7%. Pronostici e sondaggi, quindi, sono stati sostanzialmente rispettati, e, specialmente se teniamo conto anche del risultato di Ostia, dove andranno al ballottaggio il candidato del Centrodestra e quello dei pentastellati, i campanelli d’allarme per la coalizione di governo ormai sono molti, e squillano da diverse tornate elettorali.

È evidente che il tridente Berlusconi-Salvini-Meloni, allo stato attuale delle cose, sembra destinato a vincere ampiamente le competizioni elettorali che verranno.

I grillini confermano una sostanziale tenuta, anche se ad Ostia è stata evidente una loro flessione e in Sicilia il risultato della lista è stato nettamente minore (26,7%) di quello del candidato presidente, a cui ha giovato il voto disgiunto, soprattutto a spese di Micari (le cui liste hanno totalizzato il 25,4% dei voti).

Il Centrosinistra esce dall’attuale tornata elettorale abbastanza malconcio, evitando, se non altro, l’onta del paventato sorpasso da parte della Sinistra, anche se questa non è, con tutta probabilità, una grande consolazione.

Che interpretazione dare di tutto ciò, e che conclusioni trarne? Intanto che – in questo momento soprattutto a destra – uniti si vince, tant’è che la triarchia che dirige il Centrodestra sta mettendo una seria ipoteca sul governo che verrà.

Un dato di fatto inoppugnabile, e costante, è, inoltre, il lento, ma inesorabile, declino del PD e del sistema di alleanze nazionali e locali, che a questo fa capo, iniziato non molto tempo dopo il boom delle ultime elezioni europee (dove il Pd targato Renzi prese il 40,8%) e che è correlato in maniera evidente ai successi degli avversari collocati alla sua destra.

Per quanto riguarda il M5S, la sua forza espansiva sembra, allo stato attuale delle cose, esaurita, tant’è che in Sicilia, nonostante il candidato presidente sia stato capace di intercettare un buon numero di elettori che hanno votato per liste diverse dai pentastellati (provenienti soprattutto dalle liste che appoggiavano Micari) e quello di Grillo sia emerso come il primo partito dell’isola, la vittoria è del Centrodestra.

Al ballottaggio di Ostia si vedrà. Se i rapporti di forza attuali tra i tre poli principali della politica italiana dovessero rimanere invariati, alle prossime politiche la terna FI-Lega-FdI, presentandosi unita, vincerà quasi sicuramente, anche se non è scontato che raggiunga la maggioranza di seggi sufficiente a governare, mentre per le altre forze in campo, specialmente quelle che aspirano a vincere, la situazione è più complicata.

I pentastellati, pur avendo buone possibilità di riconfermarsi (come già alle politiche del 2013) primo partito, non sembrano in grado – perlomeno adesso – di sconfiggere le coalizioni – specie quella che adesso sembra più forte.

È chiaro che la loro politica di rigorosa non alleanza può giovargli per mantenere la loro identità ma contemporaneamente rischia di limitarne la forza espansiva.

Per quel che concerne l’area di centrosinistra, da Renzi agli anti renziani, qui la situazione si è fatta piuttosto complicata. Come è evidente, qualsiasi velleità di autosufficienza del PD è – almeno momentaneamente – svanita, tant’è che lo stesso Renzi parla di coalizione, anche se il risultato siciliano non ha premiato la coalizione raccolta attorno a Micari.

Detto questo, di che coalizione parliamo? Quali forze dovrebbero comporla? La rottura con Mdp sembra, in tutta franchezza, definitiva, o perlomeno assai difficile da ricomporre, specie nel breve periodo. Sinistra italiana ha scelto la strada dell’opposizione al Centrosinistra di governo, ormai da un bel po’.

Restano i centristi di Alfano, ma parte di costoro potrebbe decidere di non partecipare ad un’alleanza coi democratici – visto che adesso Berlusconi è dato nuovamente per vincente – per tornare invece alle origini, anche se l’alleanza PD-AP è comunque molto probabile.

A sinistra un’alleanza sembra possibile con Pisapia, ma una coalizione a tre gambe frutto delle alleanze appena menzionate è destinata, sondaggi alla mano, a perdere in maniera netta il confronto col Centrodestra.

Va notato che dalle elezioni, come ho già scritto, ci separa la campagna elettorale vera e propria, e questa giova molto a chi sa farla, che può anche sovvertire un pronostico sfavorevole, e che, inoltre, in virtù del Rosatellum 2.0 conta anche la ripartizione dei voti tra collegi maggioritari e proporzionali, oltre al numero dei voti in sé, ma lo svantaggio sembra difficile da rimontare.

Renzi può sperare (a differenza di Grillo e Di Maio), se non in una vittoria propria, almeno in una non vittoria del Centrodestra, ovvero in una vittoria non sufficiente a conferire a questo la maggioranza assoluta dei seggi, il che potrebbe portare ad un ritorno dell’ex sindaco di Firenze al governo attraverso una grande coalizione con FI e altri soggetti politici, ma, coi numeri attuali, puntare su di un risultato simile è decisamente rischioso.

Se le cose non dovessero cambiare in maniera significativa, alle prossime politiche il PD e i suoi alleati da una parte e i grillini dall’altra rischiano di poter competere semplicemente per il secondo posto.

Ma in questo tipo di competizione il secondo arrivato (soprattutto se il primo dovesse essere del tutto autosufficiente in ambedue le Camere) ha buone probabilità di essere, parafrasando Enzo Ferrari, il primo dei perdenti.

Marco Sfarra