La tragedia esistenziale dei ‘caduti’ e di chi resta

Rileggiamo una assai nota poesia di Giuseppe Ungaretti, uno dei principali autori della letteratura poetica del Novecento.  È stata scritta nel 1918, dal poeta soldato in trincea, verso la fine della Grande Guerra.
La scrittura, concisa e assai breve, nulla affatto ermetica, illustra con l’immagine autunnale evocata, il procedere vitale dei vegetali, loro nascere, inverdire, fiorire, poi appassire ingiallire e infine cadere. Non diversamente, perché “così è scritto” e inesorabilmente accade, ciascuno nel suo fine tempo, agli uomini.

foglia-volo-bSoldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Nel giorno della commemorazione dei defunti (dell’alma dei morti, come usa dire a Vasto) il pianto sommesso o assai doloroso di chi resta, nella cristianità, è misto a fede e speranza in una vita dello spirito che resta, di un arrivederci per una futura rinascita o resurrezione. Grave, comunque, e pressoché insopportabile si fa il sentimento in noi, quando – sta qui la tragicità dell’immagine ungarettiana – le “foglie” sono private della linfa della vita anzitempo, per inaspettato e improvviso male o tragicamente per violenza, guerra, delitto comune o terroristico. Anche noi prossimi a cadere come soldati al fronte, o con un legame d’improvviso reciso. Così che la fede in Dio e nella sua provvidenziale presenza vacilla o viene meno, il cuore si fa duro, muto di sentimenti e anche di parole. Si diviene non più vitali, “si sta”: non altro che superstiti.

fiammelle e candeleResta possibilmente il conforto della memoria di chi non è più fra noi se la vita comune con essi è stata di mutuo scambio di sentimenti e parole, di provvida comunione umana, al meglio cristiana. Invochiamo, in particolare oggi, la luce perpetua per essi, e così facendo un raggio con evidenza chiediamo per noi che restiamo, finché morte non ci separi da quanti altri oggi ci sono prossimi, a noi congiunti e cari. GFP