Femminicidio

Una questione molto dibattuta in questo periodo è quella del femminicidio.

Il fenomeno torna alla ribalta ogni qual volta i media annunciano l’ennesimo delitto. Si rinnovano a quel punto richieste di pene più severe per questo reato, compresa la castrazione chimica.

Questo fenomeno è, con tutta probabilità, frutto dei tempi. Ovvero: normalmente il femminicidio è un delitto perpetrato da un uomo nei confronti di una donna che decide di interrompere una relazione o rifiuta di instaurarla.

Di norma – o perlomeno nella maggior parte dei casi – l’uccisione rappresenta l’epilogo di un processo di stalking, ovvero di molestie e violenze reiterate di carattere fisico e/o psicologico nei confronti della futura vittima da parte del futuro omicida, che si tratti di un coniuge o di un spasimante respinto.

Con tutta probabilità l’escalation di questo fenomeno è dovuta alla maggiore indipendenza della donna sul piano economico e sociale che ha alterato i rapporti tra i sessi, soprattutto all’interno dei nuclei familiari, e all’aumento delle separazioni a questa correlato.

Per i motivi appena esposti, questa tipologia di omicidio è sotto i riflettori dei media, col seguito di dibattiti e tavole rotonde che, partendo dalla fattispecie in sé, alimentano discussioni di carattere storico e sociologico di vario tipo, soprattutto in relazione ai rapporti tra i sessi.

Per quel che concerne le cause profonde, in questa sede si sorvolerà, concentrandoci invece sulle pene.

È evidente che lamentarsi delle pene – e soprattutto della loro concreta applicazione – riguardo al femminicidio, arrivando a pretendere delle aggravanti specifiche per questo tipo di reato, significa avere una visione relativamente limitata del problema. In altri termini, il problema dell’incertezza della pena, o dell’applicazione un po’ troppo benevola delle pene, non riguarda il femminicidio in quanto tale, ma più semplicemente l’omicidio e tutta una serie di reati, gravi e non.

Esiste, infatti, tutta una serie di sconti e regalini vari, come gli atti indultivi, che ogni tanto ci vengono propinati -per lo più per far fronte al sovraffollamento delle carceri e all’impossibilità, da parte del sistema carcerario, di provvedere “alla rieducazione del condannato”, come prevede l’art. 27 della Costituzione italiana – e che vanificano spesso e volentieri la reale portata delle condanne e la certezza della pena.

Ne consegue che agire sull’onda emotiva di uno o più fatti di cronaca, o sulla campagna di stampa che può conseguirne, cercando di escogitare aggravanti o norme su norme, non risolverà il problema dovuto a questo o a quel reato, fin quando non avremo un ordinamento giuridico capace di garantire pene certe, in grado di fungere realmente da deterrente.

 

Marco Sfarra

Vastinforma

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