Federalismo di ritorno

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Il recente referendum consultivo svoltosi in Lombardia e Veneto ha sicuramente dato una scossa allo scenario politico italiano. Il risultato, visti i quesiti (“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionalip necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?” in Lombardia e “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?” in Veneto) era abbastanza prevedibile, e i numeri (in Veneto era necessario il quorum, che è stato superato, mentre in Lombardia questo non era previsto) hanno parlato chiaro: in Lombardia i votanti sono stati oltre il 38% degli aventi diritto di cui il 96% per il ‘Sì’ mentre in Veneto l’affluenza ha raggiunto quota 57% con il ‘Sì’ che ha superato il 98%.

Dal punto di vista puramente tecnico, i referendum sono di carattere consultivo per cui, nell’immediato, non cambierà nulla. Ma è evidente che Maroni e Zaia hanno a disposizione un mandato popolare a trattare con Roma che avrà senz’altro il suo peso. Le richieste che i due presidenti faranno sono chiare: trasferimento alle rispettive regioni delle competenze relative alle materie concorrenti (una ventina circa) e possibilità di trattenere una quota maggiore del gettito delle tasse pagate dai cittadini lombardi e veneti a casa loro.

Zaia, all’indomani del referendum, ha parlato di Statuto speciale per il Veneto e di utilizzo del 90% delle tasse pagate dai veneti nella propria regione.

La richiesta di Zaia, giudicata “irricevibile” dal Governo e che non trova riscontro né nella posizione dell’altro vincitore del referendum, Maroni, né in quella di Salvini o di altri esponenti del Centrodestra, che pure hanno appoggiato il referendum, ha ben poche possibilità di essere accolta.

E’ comunque evidente che le trattative col governo Gentiloni adesso inizieranno sull’onda del risultato referendario. La strada da seguire sarà, molto probabilmente, quella del regionalismo differenziato, previsto dall’art.116 della Costituzione, che parla di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” nelle materie di legislazione concorrenti e, in maniera molto più limitata, in quelle di potestà esclusiva statale (le une e le altre sono elencate nell’art.117).

Certo è che il federalismo è tornato prepotentemente alla ribalta e al centro dell’agenda politica. Gli ulteriori sviluppi del processo li vedremo nei prossimi mesi (e anni).

Il federalismo all’italiana, finora, non ha prodotto grandi risultati. La Devolution è stata, a suo tempo, sonoramente bocciata dagli elettori, mentre la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal Centrosinistra ha portato ad una serie di conflitti di competenza tra lo Stato e le Regioni nelle materie di legislazione concorrente che ha letteralmente intasato la Corte Costituzionale.

La Riforma Renzi-Boschi, che nelle intenzioni dei proponenti avrebbe dovuto abbattere drasticamente il contenzioso Stato-Regioni, riportando tutta una serie di materie dalla potestà legislativa concorrente a quella statale, è stata bocciata dal corpo elettorale il 4 dicembre scorso lasciandoci– a prescindere dalla valutazione che si possa fare sul complesso di quella riforma, su cui in questa sede sorvoleremo – alle prese coi malfunzionamenti di cui si è detto parlando della Riforma del Titolo V.

Va detto inoltre che con l’istituzione delle regioni (quelle a statuto ordinario sono state istituite nel 1970) e col decentramento fiscale degli anni ’90 si è assistito ad una vera e propria escalation della spesa pubblica e del debito pubblico che ne consegue, il che è l’esatto opposto di quanto ci si aspetta dal federalismo, ovvero una migliore ripartizione delle competenze e delle spese (oltre che delle entrate) e un conseguente aumento dell’efficienza amministrativa del sistema paese.

Di fatto, ad una struttura come quella statale non sempre efficiente se ne sono affiancate – spesso sovrapposte – altre, come quelle regionali e comunali, spesso non migliori della prima e che, per garantire i servizi di loro competenza e vista la diminuzione costante dei trasferimenti da parte dello Stato centrale, hanno fatto un uso sistematico della leva fiscale affiancando tasse locali a quelle statali col risultato che la pressione fiscale, nel complesso, è fortemente aumentata.

Le richieste di Maroni e di Zaia, che ora possono contare su di un forte avallo degli elettori lombardi e veneti, vanno in una direzione decisamente opposta rispetto a quanto proposto dal duo Renzi-Boschi meno di un anno fa, ovvero trasferire alle rispettive regioni competenze le più ampie possibile nelle materie concorrenti – e non solo – previste dall’art.116.

La richiesta di maggiore autonomia del lombardo-veneto si basa inoltre su di una questione evidentemente molto sentita in quelle regioni: il residuo fiscale.

Ad avviso di lombardi e veneti, e di chi li amministra, c’è una oggettiva sperequazione tra quanto versato dai cittadini di quelle regioni allo stato centrale e i trasferimenti che da questo tornano indietro.

Di qui la convinzione di tirare il carro mantenendo a proprie spese altre regioni italiane decisamente più spendaccione – e meno produttive – delle proprie.

Ne consegue l’intenzione di rinegoziare i rapporti con lo Stato Italiano anche, se non soprattutto, sul piano economico.

La trattativa inerente al residuo fiscale sarà senz’altro più laboriosa di quella sulle competenze, per motivi sia procedurali (la cosa infatti non è prevista dall’art.116) che sostanziali, trattandosi, probabilmente, di decine di miliardi.

E non è detto che si arrivi ad un accordo.

 

Marco Sfarra

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