Bankitalia, Draghi, Visco e dintorni

Veduta esterna della sede della Banca d'Italia, Palazzo Koch, a Roma in una foto d'archivio. ANSA/ALESSANDRO DI MEO
(la sede della Banca d’Italia, Palazzo Koch, a Roma)

In un Paese serio e democratico, il governatore di Bankitalia sarebbe già disoccupato. In tutti i Paesi a regime parlamentare e democratico la Banca centrale gode di una indipendenza formale, ma i suoi amministratori sono controllati dal Parlamento nella gestione della politica monetaria e della vigilanza. In Italia il governatore di Bankitalia soprattutto per la sinistra e i partiti laici è stato sempre ritenuto un sovrano assoluto della moneta. L’unico governo che ebbe il coraggio di andare allo scontro con l’oligarchia finanziata fu il secondo governo #Berlusconi che nel 2005 nazionalizzò Bankitalia, limito’ a 6 anni rinnovabili una sola volta il mandato del governatore e dei 4 membri del direttorio. Le conseguenze furono funeste per Berlusconi. Nel 2006 vinse le elezioni in Italia, ma fu sconfitto per poche migliaia di voti dall’elettorato residente all’estero. Prodi fu lesto nel riprivatizzare Bankitalia, che divenne proprieta’ di quei grandi gruppi bancari che doveva controllare in un conflitto di interessi incestuoso che dura ancora. E di cui nessuno parla. Tanto è vero che tra i proprietari della Banca centrale italiana ci sarà anche quel monte dei Paschi di Siena che sarà trasformato in un pozzo senza fondo di perdite. La gestione di Bankitalia da parte di Draghi fu una vera sciagura per il sistema creditizio italiano. Draghi, tra l’altro, è il maggiore responsabile del Montepaschi che costrinse a comprare, senza nemmeno una perizia, la Banca Antonveneta per 9 miliardi. Un errore che provocò allarmanti perdite contabili. Per coprile il Montepaschi entrò nel Casinò dei derivati, le cui perdite provocarono una voragine di altre passività. Visco è stato il continuatore delle dissennatezze di Draghi, che prima di andare a guidare la Bce assestò nell’estate del 2011 un colpo decisivo al governo Berlusconi sotto attacco per la congiura dello Spread. Ispirò una lettera di raccomandazioni di Bruxelles che in sostanza costringeva al dissesto l’Italia. Dovevamo fare la fine della Grecia. A Nizza Tremonti e Berlusconi evitarono questo epilogo dimostrando che l’Italia non era tra i Paesi europei in serie difficoltà: in proporzione nell’agosto del 2011 esportavamo più della Germania. La disoccupazione era inferiore alla media europea e fino a maggio lo spread era così basso da indurre i mercati a chiederci interessi di appena l’1% superiore a quelli tedeschi. Bankitalia con Prodi era stata riprivatizzata e quindi rispondeva a una logica politica di totale subalternità ai tedeschi e agli americani di Obama. Dal 2011 con Visco, successore di Draghi nella carica di governatore, la vigilanza di Bankitalia diventa complice della gestione allegra di Banche come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, e delle piccole Banche come l’Etruria, la Banca delle Marche e di una serie di piccole casse di risparmio. La presenza del padre di Maria Elena Boschi nella carica di Vicepresidente dell’Etruria ha rappresentato il grande, provvidenziale diversivo sugli scandali del sistema creditizio italiano coperti dalla Vigilanza di Bankitalia. Giornali come il #Fatto quotidiano, legati sotterraneamente ai più torbidi interessi dell’oligarchia finanziaria hanno cavalcato lo scandalo della Banca Etruria seguito da tutto il sistema mediatico. Così Banca Intesa, Unicredit e tutto il sistema si sono acquattati dietro le cortine scandalistiche. E cavalcano il processo di beatificazione di Visco e del maleodorante direttorio che lo attornia. Siamo arrivati al punto che tutte le forze parlamentari, persino Berlusconi, hanno sfiduciato Visco e i suoi collaboratori della Vigilanza e un pugno di oligarchi resiste protetto dal sistema mediatico. Ormai vera e propria guardia Bianca del sistema fognario dei poteri forti italiani. Renzi ha chiesto la testa di Visco per vendicarsi, per colpire il beniamino dei poteri che l’hanno abbandonato. Il suo è un regolamento di conti. Ma questo non può indurre la classe politica ad arruolarsi, come giornali e TV, nel partito dei banchieri.  Emiddio Novi