Manovre a sinistra

qualcosa di sinistra

Le elezioni politiche si avvicinano e le manovre si intensificano in tutti gli schieramenti in campo. Il Movimento 5 Stelle ha scelto il suo candidato premier mentre gli altri due schieramenti stanno cercando di ricomporre la loro unità, e la cosa non sembra molto semplice, soprattutto a sinistra.

In effetti, quello della ricomposizione a sinistra è un rebus molto difficile per Renzi, specie se teniamo conto che dell’intreccio tra le alleanze elettorali e l’iter della legge elettorale attualmente in discussione.

L’attuale accordo a 4 tra PD-FI-AP-Lega sembra, allo stato attuale delle cose, reggere, ma l’attrito con Mdp – uscito dalla maggioranza – su ben due fronti, legge elettorale e legge di stabilità, potrebbe mettere seriamente a rischio il governo Gentiloni, soprattutto al Senato.

Le richieste di bersaniani e dalemiani, mirate ad emendare legge elettorale e legge di stabilità, infatti, sono state sostanzialmente respinte e questo avrà portato all’uscita di costoro dalla maggioranza.

A questo punto, delle due l’una: o il PD prosegue nella direzione attuale, col rischio di scavare a sinistra un solco ancora più netto, oppure Renzi tenterà di inviare all’ex vecchia guardia del PD qualche segnale distensivo, accogliendo qualcuna delle sue richieste, su ambedue i fronti.

Ma questo potrebbe portare a degli attriti con AP e, per quanto riguarda il Rosatellum 2.0, ad incrinare l’asse con le altre forze politiche che ne condividono il progetto.

Se l’accordo a quattro saltasse, potremmo ritrovarci a votare con il Consultellum, e la cosa può accadere anche nel caso la rottura tra PD e Mdp diventi insanabile, facendo mancare i voti di quest’ultimo a Gentiloni.

L’attuale capo del governo a questo punto rischierebbe la crisi, anche se non è da escludere – è già successo per l’approvazione del Def – un soccorso dei verdiniani ed eventualmente di Pisapia e dei suoi, che diventerebbero, almeno al Senato, decisivi. Se si andasse a votare con l’attuale legge elettorale (e in tempi brevi), le cose per Renzi potrebbero peggiorare di poco o di molto, a seconda del risultato.

Ovvero: se nessuno raggiungesse il 40% dei voti alla Camera e la maggioranza al Senato, si dovrebbe per forza puntare alle larghe intese e in questo caso il PD sarebbe per forza di cose uno dei principali azionisti del nuovo esecutivo, anche se Renzi difficilmente ne sarebbe il dominus, come è stato finora.

Ma se il Centrodestra dovesse riuscire a presentarsi con un’unica lista, e questa ce la facesse a far scattare il premio di maggioranza alla Camera (e a conquistare le regioni giuste al Senato), allora per l’ex rottamatore la débâcle sarebbe completa.

Col Rosatellum 2.0 le cose sarebbero diverse per il PD? Beh… a questo punto il problema non risiede tanto nella legge elettorale, ma negli attuali rapporti di forza, e soprattutto nell’attuale configurazione di Centrodestra e Centrosinistra.

Infatti, se il trio Berlusconi-Salvini-Meloni dovesse trovare una sua unità (e convergere su di una lista unica), cosa attualmente non scontata, viste le frizioni tra Salvini e il Cav, ma probabile, dato che un Centrodestra diviso è destinato senz’altro a perdere – e i tre principali protagonisti di quell’area politica lo sanno perfettamente – a questo punto lo schieramento che ne risulterebbe avrebbe buone chances di arrivare primo alle elezioni, avvicinandosi al fatidico 40% di cui si è detto sopra.

A sinistra le cose stanno diversamente: l’ambizioso obiettivo che fu di Veltroni e che Renzi sembrava aver raggiunto – un PD autosufficiente e vincente – ha lasciato il posto ad uno scenario che sembrava superato, ovvero la divisione a sinistra.

Il PD attuale, da solo, non ha i numeri per vincere, e deve per forza di cose guardare a dei possibili partner necessari ma decisamente ingombranti, come Mdp e SI, con cui però i rapporti sono tutt’altro che idilliaci, visto che SI è all’opposizione e Mdp è sulla via del sostegno condizionato al governo, che deve essere contrattato su ogni singolo provvedimento.

Difficile che forze politiche così eterogenee sul piano dei valori e dei programmi possano trovare un comune denominatore, specie se si tiene conto che Mdp nasce dall’unione degli avversari interni di Renzi e che quindi il dissidio tra renziani da una parte e bersaniani e dalemiani dall’altra potrebbe avere natura personale oltre che politica.

Detto questo, non si può non ricordare che una sorta di Ulivo redivivo porterebbe in sé il germe dell’instabilità politica, come hanno dimostrato le precedenti esperienze, anche se, da questo punto di vista, a destra le cose non sono andate poi molto meglio. Solo che a destra, adesso, sembra più probabile la costruzione di una coalizione vincente.

Difficile prevedere il futuro, ma per Renzi la strada che porta alle elezioni sembra veramente in salita.

 

Marco Sfarra

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