Quattro personaggi in cerca di premierato

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Come era prevedibile, Luigi Di Maio ha vinto le primarie del Movimento 5 Stelle, il che gli ha conferito l’investitura di candidato premier (e di capo) del suo movimento, alle prossime elezioni politiche.

Stando così le cose, sono quattro i possibili aspiranti premier. Oltre a Di Maio, infatti, stanno scaldando i motori Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Chi tra loro coronerà questa ambizione? Difficile a dirsi, perlomeno adesso. Possiamo però provare, in questa sede, ad analizzare punti di forza e di debolezza di ognuno di loro, e relative chances.

Cominciamo proprio da Di Maio: l’affermazione plebiscitaria alle primarie era ampiamente prevedibile, vista la maggiore notorietà e la maggiore rilevanza politica del vincitore rispetto agli altri competitori. Ma le elezioni saranno altra cosa.

Allo stato attuale delle cose, infatti (anche se in Parlamento si sta discutendo di una nuova legge elettorale, cosiddetto ‘Rosatellum 2.0’), abbiamo una legge elettorale sostanzialmente proporzionale, che, abbinata all’assetto partitico tripolare attuale, garantisce la non vittoria in termini di seggi anche a chi dovesse prendere più voti, che non avrebbe la maggioranza per governare.

E questo penalizzerebbe innanzitutto il M5S, che segue una rigorosa politica di non alleanza con le altre forze politiche. Quindi, allo stato attuale delle cose, o il movimento di Grillo prende la maggioranza assoluta dei voti, o, per lo meno, il 40% degli stessi, il che farebbe scattare il premio di maggioranza alla Camera, oppure non riuscirà ad avere una maggioranza sufficiente ad ottenere la fiducia. Al Senato, poi, il sistema proporzionale puro abbinato alla ripartizione regionale dei seggi rende decisamente difficile il raggiungimento di una maggioranza su scala nazionale.
Si potrebbe cercare di dar vita ad un governo di larghe intese ma i pentastellati – e quindi Di Maio – per i motivi anzidetti sarebbero fuori gioco. Ma, tornando al vincitore delle primarie, Di Maio candidato premier sarà in grado di convincere l’elettorato ? Difficile prevedere il futuro. Vicepresidente della camera dal 2013 il suo ruolo nelle istituzioni – dove la sua presenza è ormai pluriennale – e nel movimento gli danno le carte in regola per tentare il salto di qualità. In effetti, come da più parti si eccepisce, l’esperienza del grillino, rapportata a quella dei ‘concorrenti’ (tenuto conto che stiamo parlando di un possibile presidente del Consiglio dei ministri), è decisamente limitata, ma, vista la generale insoddisfazione dell’elettorato nei confronti della ‘vecchia’ classe dirigente – sorvoliamo in questa sede sulle motivazioni – l’estraneità alla stessa potrebbe essere, in termini elettorali, decisamente vantaggiosa.

Adesso parliamo degli altri personaggi in cerca di premierato.

Un uomo politico in fase ascensionale, e che può quindi puntare a Palazzo Chigi, è Matteo Salvini. Divenuto leader della Lega Nord dopo lo scandalo che ha travolto la gestione Bossi, Salvini è riuscito a rilanciare un partito che sembrava sulla via del tramonto e che molti ritenevano legato, indissolubilmente, alle sorti del suo fondatore.

Attualmente, il Matteo del centrodestra è uno dei principali azionisti del suo schieramento politico e, come dimostrano la nascita di ‘Noi con Salvini’ e la tendenza della Lega a cavalcare tematiche e interessi di carattere nazionale, l’attuale segretario leghista punta ad essere un leader di caratura nazionale, sovranista più che nordista, e non puramente locale o padana, anche se, fino ad ora, i suoi tentativi di sfondare al sud, pur producendo performance elettorali significative in alcune realtà locali, non hanno portato ai risultati sperati.
Inoltre, sulla strada di Salvini, c’è qualcuno che non ha nessuna intenzione di cedere all’erede del Senatur la golden share dell’alleanza di centrodestra, Silvio Berlusconi. L’uomo di Arcore, che ha fondato il centrodestra italiano, che lo ha portato alla vittoria più volte, che ha letteralmente sdoganato diversi partiti e uomini politici che, senza di lui, non avrebbero certamente potuto puntare al governo, intende mantenere la leadership dello schieramento politico che ha fondato, e di cui vuole il rilancio.

Ce la può fare? Difficile prevederlo. Nonostante l’evidente declino elettorale a cui è andato incontro negli ultimi anni, il Cav può tuttora contare su di un certo consenso popolare, su di una collocazione politica che facilita la tessitura delle alleanze e su di un arsenale mediatico che, pur essendo, probabilmente, meno decisivo che negli anni ’90 dello scorso secolo, mantiene la sua potenza.

Inoltre, il creatore di Forza Italia, dato per finito diverse volte, ha dimostrato di saper risorgere ogni volta anche approfittando degli errori dei suoi avversari esterni ed interni tant’è che più un tentativo di celebrare il funerale politico del Cavaliere di Arcore ha visto alla fine i suoi autori celebrare il proprio.
Ma i tempi in cui Forza Italia era in grado di prendere, da sola, il 30% dei consensi sembrano, in tutta franchezza, decisamente lontani, e va considerato che il terzo azionista dello schieramento di riferimento di Salvini e Berlusconi, Fratelli d’Italia, tende a convergere, sul piano politico e programmatico, con la Lega più che con Forza Italia, e, quando opera all’unisono, l’asse Salvini-Meloni è – attualmente – più forte, sul piano politico-elettorale, di Berlusconi e dei suoi.
Sulla strada del Silvio nazionale, inoltre, c’è un altro ostacolo, la legge Severino, che lo rende incandidabile alle prossime politiche. La Corte Europea dei diritti umani, a cui Berlusconi ha deciso di ricorrere contro la sua incandidabilità, emetterà la propria sentenza intorno alla metà del 2018, forse anche dopo. Anche se il pronunciamento della Corte fosse a lui favorevole, arriverebbe troppo tardi visto che la legislatura terminerà nella prossima primavera. Ma, in questo caso, non si potrebbe escludere un ripescaggio successivo, visto che, in caso di risultato elettorale ‘tipo 2013’ si aprirebbero vari scenari, dalle larghe intese a nuove elezioni, se la formazione di un governo dovesse risultare impossibile.

Altro pretendente al ruolo di premier è Matteo Renzi. L’attuale segretario del PD ed ex rottamatore, nonostante lo scivolone del 4 dicembre scorso, che gli è costato Palazzo Chigi, è ancora in campo, anche se la sua situazione non è delle più rosee. Divenuto segretario del suo partito dopo la non vittoria del 2013 (e a causa di quella), l’ex sindaco di Firenze si è imposto all’insegna del rinnovamento e della rottamazione. La fase iniziale della gestione Renzi, che dopo la segreteria del PD ha conquPur godendo di un sostanziale favore da parte dei media, della evidente debolezza dei possibili rivali interni ed esterni (le cui cause non saranno trattate in questa sede), e dopo l’exploit registrato alle elezioni europee del 2014 (40,8%), il rottamatore ha cominciato a perdere colpi, fino al tonfo del referendum. Sulle cause di ciò, mi sono espresso su questo stesso giornale (Qui l’articolo). Allo stato attuale, la situazione di Renzi è difficile, a causa dell’evidente indebolimento del PD (il 40,8% è adesso irraggiungibile) e del frazionamento a sinistra, in parte causa ed effetto di quello, che rendono difficile la costruzione di una ampia alleanza elettorale, cosa che invece sta riuscendo a destra.

Quindi: o il PD correrà da solo, e potrebbe arrivare terzo sui tre poli in campo, o con una qualche alleanza elettorale, che, oltre a cancellare la vocazione maggioritaria del PD ostentata da Renzi stesso in tempi per lui migliori, renderà la formazione e l’attuazione di un programma elettorale comune non molto facile, e costringerà i democratici a pagare caro l’appoggio di altre formazioni politiche, compresa la loro ex vecchia guardia, che faranno pesare la loro indispensabilità.

Quattro sono i pretendenti alla poltrona di Palazzo Chigi, ma, per i motivi appena esposti, per nessuno di loro sarà facile raggiungere il proprio obiettivo. Inoltre: tornando all’attuale legge elettorale, non si può non notare quanto questa sia insidiosa per tutti loro: come si è già detto all’inizio, se si dovesse votare col sistema attuale, il risultato più probabile è la non vittoria di ognuno, che spingerebbe a tentare la via delle larghe intese e della grande coalizione.

Il M5S ne resterebbe inevitabilmente fuori ma, ammesso che centrodestra e centrosinistra trovino un accordo, il gioco dei veti incrociati molto probabilmente terrà lontani da Palazzo Chigi sia Renzi, che non sarebbe accettato dal centrodestra, che Salvini e Berlusconi, chiaramente indigesti al centrosinistra, e non è da escludersi che anche all’interno del centrodestra stesso la medesima logica dei veti incrociati tra Lega Nord e Fratelli d’Italia da una parte e Forza Italia dall’altra affossi sia il leader leghista che quello forzista.istato Palazzo Chigi in seguito alla crisi dell’esecutivo Letta, è stata caratterizzata da un certo dinamismo e da alcuni provvedimenti controversi ma anche dal forte impatto sull’elettorato, o almeno su parte di questo, come l’intervento sull’IRPEF (cosiddetti ’80 euro’), quello sull’IRAP, il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18.

Col Consultellum in vigore quindi, è estremamente probabile che i quattro personaggi in cerca di premierato di cui si è parlato in quest’articolo resteranno tali, e che probabilmente una figura istituzionale o di garanzia, o un Enrico Letta (o, perché no? Un Paolo Gentiloni) prenderà il posto a cui questi ambiscono.

Marco Sfarra

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