La scomparsa di Paolo Villaggio. La sua vita artistica è stata un’occasione sfumata.

 

Villaggio

Paolo Villaggio non è più  da qualche ora e sulla figura dell’attore si accavallano già centinaia di articoli sul web e sugli altri media tutti improntati alla più scontata  celebrazione del creatore di Fantozzi e di Fracchia. A noi piace invece pubblicare questo profilo scritto dal prof. Umberto Dante che ci è sembrato intellettualmente onesto.

 

Non si può essere sempre tutti e solo Totò o Chaplin o Gelsomina. Anche quando i cromosomi necessari ci sono.
Come Pozzetto e qualche altro della generazione ’68, Paolo Villaggio è stato una promessa mancata.  Lui sottoscriverebbe. Considerava se stesso un talento mostruoso e questo lo sottoscrivo io.
Ma aveva ragione anche nel considerarsi una vittima, la più illustre. Vittima proprio di questo talento e del successo tanto troppo e facile.
Nascere in luoghi troppo feraci provoca pigrizia. Adesso è consegnato alla storia. Ci devo pensare un po’ ma non credo che me ne occuperò.  La sua è solo storia italiana, della società italiana, una realtà che il cabarettista ligure rappresenta in tutti i modi possibili: letteratura, cinema, televisione, canzone, teatro. Ognuno di noi ha visto e irriso in questo affresco il fuscello dell’occhio del vicino ma non il proprio trave.
Cosa resterà di quegli anni ’80?
Forse certi difetti dell’artista finiranno per sommarsi e confondersi con quelli degli italiani: ripetitività, staticità, convenzionalità, incapacità di arrivare all’universale. Dvenuto troppo di successo e ricco, Villaggio ha finito per sostare nel banale, in una critica del luogo comune che troppo presto è diventata un luogo comune accettato con indulgenza.

Umberto Dante