Breve analisi post ballottaggi

Dopo i risultati dei ballottaggi del 25 giugno è possibile azzardare una breve analisi sulle ultime elezioni amministrative. E si possono trarre subito tre conclusioni: 1) Il centrodestra vince, 2) Il centrosinistra – sostanzialmente il PD – perde, 3) Il M5S si ridimensiona. Il centrodestra, soprattutto quando si è presentato unito, ha vinto spesso il confronto con la, anzi le controparti, arrivando spesso al ballottaggio in posizione di vantaggio o, come a L’Aquila, arrivandoci in svantaggio, salvo poi vincere.

Lo schieramento guidato dalla terna Salvini-Berlusconi-Meloni ha visto infatti riconfermate la maggior parte delle amministrazioni uscenti, ed è riuscito a strappare al centrosinistra città come Alessandria, Asti, Como, Genova, L’Aquila, La Spezia, Lodi, Monza, Oristano, Piacenza, Pistoia, Rieti, tra i capoluoghi.

Tra gli altri centri, un caso emblematico è Sesto San Giovanni, detta in altri tempi la Stalingrado d’Italia, che, dopo un governo rosso che durava ininterrottamente dal secondo dopoguerra, ha voltato le spalle a Renzi e ai suoi. E che dire di Genova? Altra città rossa, è passata al centrodestra, e, tenendo conto delle elezioni regionali, del voto di Savona e dei risultati delle amministrative attuali, è evidente che il centrodestra sta scalzando PD e soci dalla Liguria.

E’ altresì evidente che le regioni rosse sono adesso decisamente meno ‘rosse’ di prima. Il PD, pur avendo vinto, da solo o in coalizione, nella maggior parte dei comuni in cui si è votato, è in forte arretramento un po’ dappertutto, e nonostante i risultati di Padova e Lecce, città strappate al centrodestra, il saldo di queste elezioni, per il partito di Renzi, è palesemente negativo.

Come spiegare simili risultati? Il PD è chiaramente, e ormai da un bel po’, in affanno, come dimostrano i risultati di diverse tornate elettorali non proprio brillanti.

L’ultimo risultato realmente positivo è stato quello delle passate elezioni europee, con quel 40,8% che, adesso, sembra davvero difficile da raggiungere di nuovo… Pesano, come macigni,

– una certa delusione degli elettori nei confronti della politica riformatrice renziana che, dopo una fase iniziale relativamente brillante, si è impantanata riducendosi ai bonus, perlomeno in un certo immaginario collettivo

– la maggiore fluidità degli elettori rispetto al passato, che ha danneggiato di certo un partito il quale, in quanto erede del PCI-PDS-DS e di parte della DC, ha potuto in passato contare, soprattutto in certe zone d’Italia, su di un voto identitario e di appartenenza, ora molto ridimensionato.

Il PD soffre anche a causa delle scissioni e delle lotte a sinistra, che hanno provocato un’emorragia di voti sul lato mancino che, spesso, tendono a non rimanere neanche a sinistra ma si muovono verso altre sponde politiche.

Probabilmente l’attuale classe dirigente renziana paga il debole radicamento sul territorio. Stando alle analisi dei flussi elettorali, inoltre, risulta che ai ballottaggi i voti presi al primo turno dal M5S sono andati al centrodestra. Forse si trattava di voti provenienti dal centrodestra, che, al ballottaggio, sono tornati a casa, oppure il PD paga il fatto di essere il principale partito di governo, o magari sono vere ambedue le cose.

E’ comunque sostanzialmente accertato che, ai ballottaggi, i voti presi dal M5S sono andati in gran parte al centrodestra (se presente al ballottaggio, come nella maggior parte dei casi) e viceversa. Se ne deduce che il partito di Renzi (e di Gentiloni) ha perso la sua capacità espansiva. Il M5S, per parte sua, non sembra stare molto meglio. Il Movimento di Grillo ha visto, in questa tornata elettorale, fortemente ridimensionata la sua possibilità di correre da solo alle amministrative rimanendo fuori da quasi tutti i ballottaggi dei comuni maggiori, anche se, su 10 ballottaggi a cui ha partecipato, ne ha vinti 8, tra cui Carrara, altra città rossa che ha smesso di essere tale. I risultati del secondo turno dimostrano che i grillini hanno ancora la forza di intercettare il ‘voto contro’, anche se, a quanto pare, si tratta di voto soprattutto contro il PD o, per dirla in altri termini, di voto di opposizione.

Come si è detto all’inizio, chi ha validi motivi per stappare lo champagne – o lo spumante – è la terna FI – Lega Nord – FdI. Uno schieramento che, non molto tempo fa, sembrava destinato ad essere una sorta di comprimario di fronte ad un quasi bipolarismo PD-M5S, o Renzi-Grillo, ha visto nell’ultima tornata elettorale – e a dire il vero non soltanto nell’ultima, ma in questo caso i risultati sono decisamente appariscenti – fortemente rilanciato il suo ruolo e fortemente rilanciate le sue chances di tornare al governo.

Se riuscirà a trovare una sua unità, lo schieramento inventato in altri tempi da Berlusconi otterrà alle prossime politiche un risultato decisamente significativo. Andrà al governo? Non è, allo stato attuale, prevedibile e per più di un motivo. Intanto la legge elettorale: se dovessimo andare a votare con la proporzionale, come sembra allo stato attuale delle cose, è probabile che nessuno dei tre poli in campo otterrà i numeri per dar vita all’esecutivo. Ci troveremmo a questo punto in una situazione da ‘Parlamento sospeso’, come si direbbe nel Regno Unito, e questo potrebbe rendere necessario ricorrere a qualche forma di larga intesa, e, nel centrodestra attuale, Berlusconi sarebbe il solo ad essere disponibile ad un’intesa col PD e/o con altri, vista l’avversione evidente del duo Salvini-Meloni a soluzioni del genere.

Un’altra questione spinosa relativa allo schieramento politico in questione è quella della leadership: se in passato la primazia di Berlusconi è stata (quasi) incontestata, i rapporti di forza attuali tra FI e Lega Nord rendono il ruolo di leader (e quello di candidato premier) contendibile, e infatti la contesa è in corso, con esiti, allo stato attuale, non prevedibili. Gli ultimi sondaggi ci consegnano un quadro politico nazionale caratterizzato da un indebolimento evidente del PD, che si colloca in quasi tutte le rilevazioni sotto il 30%, a volte di diversi punti. Il M5S è dato spesso ( ma non in tutte le rilevazioni) in vantaggio sul partito di Renzi, e l’area di centrodestra, sommando le sue tre principali componenti, sarebbe stabilmente a cavallo del 30%. Come si deduce da questi numeri – e i sondaggi relativi concordano – se si dovesse andare alle politiche con i numeri attuali, nessuno dei tre contendenti avrebbe la maggioranza assoluta delle Camere.

 

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Marco Sfarra