Accoglienza: una libera scelta?

psycology
La recente affermazione del sindaco di San Salvo sulla reticenza ad ospitare altri rifugiati ha creato una seria confusione in termini. Sul web si leggono commenti davvero preoccupanti, persone che gridano al razzismo e alla xenofobia come se fossero sinonimi, filantropi che ritengono disumano il popolo dell’ “aiutiamoli nel loro paese”, coloro che pensano che i migranti facciano la bella vita gettati in hotel ad oziare e a farsi sfruttare nei campi da qualche furbetto della zona, e poi ci sono loro, i richiedenti asilo fotografati e beffeggiati su facebook mentre guardano il telefono o mentre con le loro bici entrano contromano nei caselli autostradali, ignari di certi pericoli. Per molte di queste cose posso fare ben poco, ma in questo articolo mi permetto di fare informazione etimologica. Il termine “ospitare” dovrebbe implicare la favorevole volontà del legittimo proprietario a dare alloggio a qualcuno, e se si tratta di una comunità, il rappresentate, legalmente votato dalla comunità, dovrebbe manifestare la volontà positiva ad ospitare qualcuno presso quella specifica comunità affinché ciò avvenga. Escludendo quindi questioni politiche, vediamo cosa davvero si dice quando si usano i termini: razzista e xenofobo. L’enciclopedia Treccani afferma che “il razzismo è una concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.” La xenofobia invece da come si intuisce è una fobia, una paura incontrollata e indiscriminata per gli stranieri e ciò che è diverso. Lo xenofobo si configura come intollerante verso le forme di diversità e teme di uniformasi con ciò che non comprende senza ritenersi superiore, semplicemente mantenendosi distante. In ambito sociologico la presenza del “diverso” fa percepire lo straniero come un estraneo che vuole minacciare l’unione del gruppo in ambito economico, politico o religioso. Ovviamente l’identità di gruppo è tale grazie alla presenza dell’altro e questo è un fattore spesso trascurato. In termini evolutivi filogenetici la xenofobia è sempre esistita e, non riguardava allora come non riguarda oggi, solo lo straniero oltre mare, ma si può riferire anche al meridionale, al settentrionale o al nuovo vicino proveniente da un’altra regione. Freud direbbe che è riconducibile al nostro bisogno di riversare su un ‘altra persona, diversa da noi, caratteristiche inaccettabili della nostra personalità, disumanizzando l’altro e attribuendogli tutte le nostre caratteristiche negative, troppo difficili da accettare. Per cui in fondo siamo tutti xenofobi, e non c’è nulla di male nel manifestare una paura se essa viene semplicemente e civilmente verbalizzata. Gli atti aggressivi nei confronti degli stranieri sono altra cosa, e vanno giustamente puniti. Il bello dell’accoglienza è il piacere che se ne ricava nell’aiutare gli altri, facendolo secondo i propri principi e per i propri ideali, beneficiando della sensazione di aver fatto del bene e donato speranza. Ma l’accoglienza deve riguardare una libera scelta, perché come tutte le cose imposte e su cui è possibile lucrare, il male, l’indignazione e il malcontento sono dietro l’angolo. Noi Italiani siamo da sempre un popolo ben disposto ad aiutare, anzi affermerei che gli italiani sono un popolo generoso e spesso solidale con chi è in difficoltà, ma come tutte le scelte, quella dell’aiutare deve essere informata e condivisa. Il popolo che sostiene una nazione deve poter dire la sua senza essere accusato con parole di cui non si conoscono perfettamente i significati, sostenuto dalla libertà di parola e dalla libertà di rifiutare qualcosa. Si può dire di no. Il no non è una parolaccia. E forse le persone che dicono di no, non sono razziste, xenofobe o mostri, forse sono solo persone che hanno già dato tutto quello che potevano dare, e che forzargli la mano non le convincerà a dire si, semplicemente le piegherà ad un obbligo da cui non trarranno il piacere dell’aiutare ma subiranno un giogo troppo stretto. In conclusione, non affibbiamo ai nostri vicini, compaesani, corregionali parole inesatte con l’intento di offenderle, cerchiamo di ascoltarli e comprenderli. Apriamo dialoghi costruttivi per delle soluzioni più soddisfacenti e riconosciamo la libertà ad ognuno di esprimersi, perché fare accoglienza, per i giusti motivi, deve rendere tutti felici per il bene donato e ricevuto.
Dott.ssa Adelaide La Verghetta
Per approfondimenti: S. Freud,  Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Torino 1977
Tajfel, Billing, Bundy, Flament, (1971) Social categorization and intergroup behaviour. European Journal of Social Psychology