L’angolo della poesia. Venerdi Santo

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Venerdi’ Santo’, fa parte del volume Terre e Infiniti. Il poeta immagina di essere una giovane moldava chiamata Elena che vive espatriata a Montreal, rivive nel dormiveglia la storia del suo paese e della Romania e invoca l’amore della mamma lontana e della Vergine Madre ‘ figlia del suo Figlio’ per dare un senso al suo esilio.
Ad Elena
1.
O come sibila il vento e sferza il vetro,
o come sbattuti cadono dal cielo
i fiocchi di neve che a mulinelli
s’avvitano attorno agli aceri nudi;
o come ricamano, caduchi diamanti,
il rettangolo della mia finestra!
Quanto triste, madre, in questa
veglia è il viver mio di esule
che pane salato d’altri mangia
e nascoste lacrime versa
e sogna il tuo sorriso perso!
2.
In questa vigilia quando muore
e risorge il Figlio del Padre Nostro
o Vergine Madre, figlia di tuo Figlio,
scolpito porto negli occhi
che non si chiudono il mare
giallo dei girasoli ondeggianti
nella brezza di giugno nelle
distese pianure lungo le rive
del Prut che limpido sgorga
dalle vette bianche dell’Hoverla!
3.
È quasi Pasqua, ma ancora sibila
forte la tramontana da Nunavut
e gridi di dolore mi trasporta del suo
popolo antico che rischia di morire
nel nostro mondo di macchine
possenti, inquinanti, indifferenti.
4.
Pocutia, Cetatea de Balta, Bucovina
Transilvania, Bessarabia: o come dolce
è il suono sulle mie labbra d’insonne!
Baia, Suceava, Iasi, Chisinau,
o aviti gioielli della Tara Moldovei,
in petto sepolti, in petto vivi vi porto.
O Tara de Sus e Tara de Jos,
voi siete le mie due mammelle
che nutrono gli indelebili ricordi!
5.
E nel dormiveglia ecco Bogdan con Dragos,
Stefan cel Mare e Alexandru cel Bun,
e dietro di loro, ecco i duri, feroci seimeni,
giannizzeri ma anche nemici degli ottomani
ed i boiari barbuti eletti allo Sfatul,
pastori contrari al vacarit di Iancu Sasul.
E s’avanza in armi, splendente, Mihai
Viteazul,primo padre dell’unita patria trina
e sgorga a fiotti il sangue dei fidi
caduti del principe Dimitrie a Stanilesti;
e l’anima vende e l’onore del popolo
per trenta denari Costantin il fanariota
e Sturdza critica Ghica con una copia
dello Statuto Organico in mano,
nè riesce ad intendersi con Cuza.
6.
Calmata s’è la tormenta
e con i primi bagliori dell’alba
mi si oscurano pesanti le palpebre.
È questa la vita, una notte bianca?
Perchè, madre, m’hai messo al mondo?
Chi sono, espatriata, in terra straniera?
Figlia tua resto, madre, ed umano innesto
Di daci, illiri, latini, 
valacchi, slavi, unni,
turchi,tartari, ebrei,
e prego con la croce romana e bizantina,
e con la falce di luna del Profeta
e con la stella di Davide, rè di Gerusalemme
e mi nutro di parole dure,
come teschi di bue, ma che hanno l’odore
del placido Tevere,del lungo Danubio
e del marittimo Volga e sapore di vino
aspro, come il rude letto del Nistro.
7.
Ed è a Montreal, falsa rotta verso l’oriente,
al fragore delle rapide del San Lorenzo
che mi rimescolo ed esisto raminga
tra saltimbanchi di tanti meridiani,
tra visi diversi, spinti dalla stessa fame,
tra ulissidi stufi di piccole Itache,
tra atletici sciacalli che si nutrono di sangue,
immemori della morte e della resa dei conti.
8.
S’è schiarito il cielo e s’alza timido,
giallognolo il sole. Ovattata è ancora
la città avvolta in un candido manto.
Oggi, Cristo, è il giorno della tua morte
e della nostra umana risurrezione.
Mi guardo allo specchio e mi scopro
diversa, rinata, nuovamente antica
e mi vedo moldava, naturalmente moldava,
libera aquila in volo dalle cime dei Carpazi
sui grattacieli dell’Hudson, sui grandi laghi
e su cordigliere, pianure e ghiacciai di Madre Terra.
Il distacco da te, madre, e l’usura del tempo
sono dolore risorto in amore imperituro.

Filippo Salvatore
Montreal, scritto il 21 marzo 2008, Venerdì Santo,corretto il 23, Pasqua di risurrezione.