VIOLENZA. MEGLIO PREVENIRE CHE PUNIRE

psycology

Violenza. Di recente sono stati individuati i delinquenti che a febbraio hanno aggredito, malmenato e causato gravi lesioni ad alcuni giovani di Vasto. Tali comportamenti vanno puniti, ma si possono prevenire? La WHO (2002) definisce la violenza come: l’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che determini o che abbia un elevato grado di probabilità di determinare lesioni, morte, danno psicologico, cattivo sviluppo o privazione (WHO, 2002, p. 21). Tale definizione mi appare comprensiva di molti aspetti della violenza e decreta l’importanza di ogni genere di sopruso, da quello fisico a quello psicologico senza tralasciare l’incuria, a tutela dei più deboli. Da cosa nasce la violenza e quali motivazioni nasconde? Ogni agire umano si pensa nasca da un bisogno, e quando l’aggressività diviene aggressione vuol dire che quel bisogno non è stato soddisfatto in modo sano. In ogni campo notiamo questo espandersi di violenza sintomo di insoddisfazione e mancata educazione, o peggio di educazione sbagliata. Insegnare l’arte della prevaricazione e del successo ad ogni costo, il bisogno di primeggiare e il timore della mediocrità rappresentano solo in parte l’inizio di comportamenti violenti. Dalla scuola con il bullismo al posto di lavoro con il mobbing, passando per le violenze domestiche, alle condotte autoaggressive, alla guida spericolata e persino al terrorismo, ogni notizia oggi parla di violenza. Il bisogno che motiva molti di questi comportamenti deviati è quello di difendersi da un nemico da cui ci si sente minacciati. Alcuni dei cosiddetti nemici sono i più deboli, gli estranei o diversi, e coloro che detengono l’autorità. Ma in realtà questi sono solo i “falsi nemici”, sono le proiezioni esterne dei veri rivali intrapsichici. Chi per futili motivi mette in atto violenze su persone più deboli e indifese, come per esempio bambini, anziani, ragazzi fisicamente meno prestanti e persone diversamente abili, si trova ad attaccare la sua parte debole, la sua “bimba” interiore che considera fragile. Tali comportamenti evidenziano l’incapacità di reagire alla propria debolezza. La violenza sul diverso invece nasconde il timore di essere lui stesso non accettato, un esempio è l’omofobo che sospetta di essere omosessuale e non essere accettato in quanto tale, mentre la violenza contro l’autorità spesso nasconde una sfida ad una autorità superegoiga che trattiene e reprime il suo Io. Insegniamo alle future generazioni a non arrendersi alla violenza e all’inevitabilità di atti deplorevoli, concediamo loro degli strumenti per combatterla, e come per quasi tutte le problematiche umane la conoscenza è l’arma più potente. Comprendere come si manifesta, cosa comporta, da cosa origina e quali conseguenze produce, ma ancora più importante è conoscere se stessi, una comprensione della propria vita intrapsichica, imparando a riconoscere le proprie istanze e accettando che in ognuno di noi esiste un’aggressività naturale che può essere gestita e indirizzata verso forme più sane e positive. Sfogare l’aggressività riduce il rischio di aggressioni e sfruttare tale energia per ottenere condotte socialmente utili e produttive è solo un modo per limitare i danni. Quindi la vera arma contro la violenza risiede in ognuno di noi ed è la consapevolezza, avere cognizione dei propri conflitti intrapsichici può ridurre gli agiti aggressivi e le aggressioni. In conclusione, possiamo imparare a prevenire la violenza semplicemente imparando a conoscerci senza pregiudizi e paure, e accettando ogni parte di noi stessi.

Dott.ssa Adelaide La Verghetta