“Indigenza” nell’età matura (è quel che non ci manca)

Anche la speranza si è fatta indigente

     La parola “indigenza”, o con altro vocabolo meno aulico “miseria”, come si legge in un dizionario della lingua italiana, indica “la mancanza dell’indispensabile per vivere”. Chiaro e semplice, si direbbe, o piuttosto orribile. Seppur colpito da una sorta di pena da scontare in qual che sia girone d’Inferno dantesco, l’indigente, il misero, il “non abbiente” (in altra fallimentare epoca social-rivendicativa si sarebbe detto “il proletario”) non è chi ha peccato, e questa sua condizione di smarrimento e disperazione non lo deve al mal fatto, ma semplicemente perché si trova (o si è ritrovato) perduto, e spesso solo e indifeso, in un Paese diventuto “selva oscura”. E non potendo sperare, individualmente e socialmente, in un Virgilio a propria guida e “dottore”, non ha che disperare, dal momento che la sua esistenza … “tant’è amara che poco è più morte” (D. Alighieri).

parole d'ordine_lavoro_casa_dignitaQualcuno potrebbe pensare che, con queste qui riportate figure letterarie, io stia qui a colorire in maniera esagerata (“aspra e forte”) la vita di tanta gente, di diversa età, dell’italico paese che vive in povertà o peggio nella “indigenza”. Ciascuno di noi conosce e vive nel proprio quotidiano e nel proprio ambito famigliare e comunitario, sia pure in vario grado, tale non facile, non accettabile realtà; indegna – mi permetto di dire – per un Paese che si riempie la bocca (o l’urna elettorale) con lo sbandieramento dei “diritti civili conquistati”, e che si ritiene “economicamente sviluppato”, scoprendosi poi, di fronte alla globalizzazione delle merci e della sua produzione, … alle pezze, acquistate a solo 1 euro o 2,99.

piegato dall'indigenzaAd esser seri e responsabili, almeno in termini di comunicazione, in questo cosiddetto “post” on-line voglio dire di una certa fascia anagrafica della popolazione ‘adulta’, pur senza ignorare o tacere della vita misera e ancora precaria  di tanti anziani e vecchi, che con il loro misero e insufficiente reddito o sussidio sociale penano a “mettere insieme il pranzo con la cena”. Persone che dopo aver variamente faticato nel tempo trascorso, ed essersi sacrificate per dare vita e alimento ai suoi congiunti, per semplicemente ancora “vivere”, oltre a procurarsi il cibo, devono ovviamente poter spesare una pigione di casa, pagare le bollette dei servizi essenziali, acqua, luce, gas, e l’acquisto dei farmaci necessari a tenersi in salute.

Qui desidero porre l’attenzione in particolare su una fascia di popolazione che vive un’età che dovrebbe essere quella “di mezzo”, la più “matura”, in teoria la più attiva e “produttiva” per sé e per gli altri (famiglia, società, nazione), ma che – in mancanza o privazione di opportunità lavorativa e reddito – diviene la più sciagurata e triste.
Dalla politica e da parte dell’informazione, in vario modo, spesso demagogico e confuso, ci si occupa o si dichiara di volersi occupare “prioritariamente” dei “giovani”, di quell’età dell’esistenza umana che anagraficamente va dai 18 ai 27/29 anni, di coloro che transitano in maniera confusa e aleatoria dagli studi all’attività lavorativa e professionale. E, come sappiamo, per essi e per chi li ha cresciuti …”sono dolori”! Per cui la classe dirigente pubblica, per catturare il consenso (o temendo di perderlo) prova a mettere in campo, con esiti scarsi se non ‘fasulli’, provvidenze, decreti e leggi, per teoricamente facilitare il loro “collocamento”.

Non meno e con danni maggiori, la mancanza di lavoro e reddito, con conseguente condanna all’indigenza, riguarda altrettanta e più disperata fascia di popolazione. Riguarda i giovani non più giovani che vanno avanti magari da dieci se non venti anni nei quali si sono dovuti barcamenare tra inoccupazione, sottoccupazione, sfruttamento, periodica (“discontinua”, “flessibile”, “amministrata”…) occupazione e precarietà, sino ad essere o ritrovarsi quarantenni/cinquantenni e/o sessantenni che per crisi o per evenienze varie, o malattia, perduto il lavoro, con cui tenevi in piedi la tua vita e quella della famiglia, senza che qualcuno ti riassuma “per età”, mentre lo Stato ti dice …che non sei ancora “in età” per essere pensionato. Tutto questo, come sopra detto, negli anni di vita in cui la persona (a differenza del giovane) non ha più chi possa provvedere ai suoi bisogni, anche minimi ed esistenziali, mentre è lui stesso a dover provvedere ad alimentare la vita di altri, compreso quello stesso giovane che portato faticosamente al compimento degli studi, giacché inoccupato o disoccupato, deve ancora essere ‘mantenuto’ dal genitore.

Disoccupati non più giovani
Si capisce dunque che questa “gente”, per cui i partiti si sforzano di inventarsi formule ‘risolutive’, fantasiose e sin qui assai farraginose (“reddito di cittadinanza”, “lavoro di cittadinanza”, “incentivo alla formazione”…), è quella in maggior difficoltà in termini esistenziali, e dunque la più disperata e … ‘inutile’ a sé, ai propri cari, allo sviluppo (al “pil”) del Paese. Una gente che, stando così le cose, non solo (per tornare alle metafore dantesche) “ha smarrito la dritta via” (quella di una società previdente più che provvidente, ordinata e ben indirizzata), ma che nell’immediato futuro socio-politico si trova dinanzi … una lonza “di pel macolato”, un leone “con la test’alta e con rabbiosa fame”, ed una “lupa che di tutte brame / sembiava carca ne la sua magrezza”. Ragion per cui, come tutti capiamo, non c’è proprio da stare allegri, e neppure minimamente sereni.
Come sopra enunciato: Anche la speranza si è fatta indigente, giacchè amministrata dagli ipocriti, dai corrotti e dai fasulli!

le tre fiere dell'Inferno dantesco-2
Senza una vera e sapiente guida (il Veltro, preconizzato dall’Alighieri già in quell’aprile del 1300, dotato di “sapienza, amore e virtute”), verso chi grideremo, singolarmente o in coro: “Miserere di me”, o di noi?

Giuseppe F. Pollutri