Rischio retromarcia

voto senatoLa situazione politica attuale, sotto molti aspetti, appare ancora piuttosto fluida. Le prossime elezioni politiche sembrano destinate a slittare a fine legislatura, tanto più che non sono (ancora) delineati i contorni degli schieramenti che saranno in campo. Tuttavia una tendenza sembra essere in atto, e, ragionando un po’, non è difficile accorgersene. La tendenza di cui si sta in questa sede parlando può essere riassunta in un unico termine: retromarcia. Ovvero: il rischio concreto che abbiamo di fronte è la fine del sistema maggioritario (sia pure decisamente imperfetto) post ‘Mani pulite’ e la fine delle ambizioni maggioritarie, di chicchessia. L’eredità del 4 dicembre scorso, infatti, e della vittoria del ‘No’ nel referendum allora tenutosi, ha suggellato – di fatto – la fine dell’Italicum alla Camera e la permanenza di un Senato elettivo, dove, se le cose non cambieranno, si voterà con il Consultellum. Per dirlo in parole povere, se non ci dovesse essere l’approvazione di una nuova legge elettorale, la qual cosa è assai improbabile vista la divergenza tra gli interessi dei tanti partiti in circolazione, alle prossime politiche si voterà col sistema proporzionale e proporzionale sarà la ripartizione dei seggi tra partiti, a meno che uno dei partiti in corsa raggiunga il 40% dei voti validi alla Camera, e questo farebbe scattare un premio di maggioranza, ma resterebbe l’incognita Senato, quindi la governabilità, anche in questo caso, non sarebbe garantita. E, comunque, allo stato attuale delle cose, il 40% dei voti validi è una soglia sostanzialmente irraggiungibile. Ne consegue che, salvo cambiamenti, alle prossime politiche i partiti andranno in ordine sparso, salvo poi tentare di formare una coalizione di governo dopo le elezioni. Chi vincerà? Chi ci governerà? Difficile a dirsi. Si possono però azzardare alcune considerazioni. Un dato di fatto evidente è l’indebolimento di Renzi. Ovvero: l’attuale segretario del PD è destinato ad essere riconfermato tale, vista la vittoria schiacciante ottenuta nella prima fase delle primarie, ovvero la votazione riservata agli iscritti dei circoli del Partito, dove Renzi ha nettamente surclassato gli sfidanti, e le ottime possibilità di fare il bis nel confronto decisivo del 30 aprile prossimo. Ma sul piano politico la stella di Renzi non brilla più come prima, dopo il 4 dicembre e l’abolizione dei voucher, decisa dall’attuale governo per scongiurare il ‘rischio referendum’. Inoltre, alla sinistra del Pd, stanno prendendo forma varie formazioni politiche, la cui consistenza, stando ai sondaggi, non è molto grande, ma che, comunque, sono in grado di provocare un’emorragia, sia pur limitata, di voti democratici. E, nei sondaggi, il PD è dato secondo dietro il Partito, anzi il Movimento di Grillo. Già… Grillo. Se le cose non dovessero cambiare, la creatura politica dell’ex comico potrebbe arrivare prima alle prossime elezioni politiche, cosa già accaduta nel 2013, ma allora, in virtù del premio di maggioranza ‘Ad coalitionem’, il Centrosinistra, essendo una coalizione (PD+SEL+forze minori), riuscì ad aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera, anche se non riuscì a vincere al Senato. Ma adesso le cose stanno diversamente, e con un sistema proporzionale (o quasi) il M5S potrebbe aggiudicarsi la maggioranza relativa dei deputati e un buon numero di senatori, se continuerà la tendenza attuale. Tuttavia, chi non ha almeno il 50%+1 in ambedue le Camere non potrà governare e la politica di non alleanza dei pentastellati rischia di vanificare il loro primo posto, a meno che questi superino il 40% alla Camera e ottengano la maggioranza assoluta dei seggi in Senato, cosa che, allo stato attuale, è improbabile. Tra i pretendenti alla vittoria ne resta uno, il Centrodestra. Se questo (ovvero le 3 componenti fondamentali di questo) troverà la sua unità, potrà ambire a vincere le elezioni, e a riprendersi il governo del nostro paese. Ma, anche per lo schieramento guidato dal trio Berlusconi-Salvini-Meloni, non è tutto rose e fiori. Intanto, i rapporti di forza all’interno dello schieramento sono incerti, soprattutto tra FI e la Lega di Salvini, ed è certo i numeri non permettono più a Berlusconi di esercitare una leadership incontrastata come in passato, e la coppia Salvini-Meloni non sembra più disposta ad un passo indietro, ma è pur vero che il leader di FI non accetterà di buon grado un Centrodestra a trazione leghista. Ci sono inoltre delle differenze programmatiche evidenti, soprattutto nei confronti dell’Euro e dell’UE, tra FI e il resto dell’aspirante coalizione. C’è poi il sistema elettorale che, come si è già spiegato, disincentiva le coalizioni tra partiti. Vedremo come finirà. E’ cosa certa, comunque, che un Centrodestra unito, numeri alla mano, può vincere le elezioni ma non avere i numeri per governare, non avendo al suo interno un partito da 40% (tra l’altro, sondaggi alla mano, allo stato attuale tutta la coalizione può andare al massimo poco oltre il 30) e non essendo in grado di raggiungere, sommando i voti delle singole componenti, la maggioranza assoluta delle due Camere. Riassumendo: se il sistema elettorale non dovesse cambiare, rischiamo che elezioni, sul piano sostanziale, non le vinca nessuno. Risultato? Probabilmente una grande coalizione tra partiti che abbiano, tra di loro, un comune denominatore. I precedenti del genere non sono durati molto… e non hanno dato prova di grande stabilità e forza politica. Il vero rischio che corriamo è, in tutta probabilità, un altro. Ovvero il ritorno ad uno scenario politico da ‘Prima Repubblica’ ante 1992, caratterizzato da notevole frammentazione politica, instabilità delle coalizioni di governo (anche se i partiti che le componevano erano quasi sempre gli stessi), trattative post voto capaci di durare anche mesi e crisi di governo frequenti e, a volte, decisamente lunghe. Insomma: il rischio vero che corriamo è quello di imboccare una retromarcia che ci riporti indietro di decenni, e questo, tenuto conto dei problemi dell’Italia, non ce lo possiamo veramente permettere.

Marco Sfarra

 

 

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