L’acqua

acqua

Quante volte al giorno “apriamo un rubinetto a casa, a scuola, in fabbrica, in ufficio e non ci rendiamo conto della semplicità e della “grandezza” del gesto che compiamo! Nessuno mai  si sofferma sull’importanza del gesto e su come è possibile realizzare un “miracolo” quale quello della fuoriuscita dell’acqua da un rubinetto: chi sa quanta fatica, quanti studi quanti sacrifici, quanti poveri oscuri eroi hanno lasciato la loro vita per consentire ad altri di soddisfare il bisogno primario per eccellenza, quello dell’acqua. Vogliamo percorrere a ritroso il viaggio di questi miliardi di miliardi di piccoli miracoli chiamati … “gocce d’acqua”?

Indosso maschera, pinne, tuta e respiratore e  “ … mi tuffo”  in un rubinetto: si, avete capito bene, in un rubinetto grande quanto la nostra fantasia. Mi trovo subito immerso nel buio più profondo e sono costretto ad accendere una torcia ; per prima cosa approfitto subito della valvola aperta del rubinetto per poter passare oltre (tanto, anche se il rubinetto fosse stato chiuso, avrei potuto contare sul fatto che questo che ho a casa mia non viene mai chiuso perfettamente, per cui una gocciolina scende sempre – chissà dove va a finire! – e si riesce a passare):

Comincio subito questo strano viaggio e osservo che attraverso tutta la casa, in un numero incredibile di gallerie  che si diramano in tutte le direzioni: immagino che tutte portino  alle varie camere, ai servizi igienici, alla cucina, alla lavanderia. Ma quanti rubinetti ci sono a casa mia? Nel bagno principale ce ne sono sei o sette, nel bagno di servizio altri cinque, nella lavanderia altri due, in cucina altri due e siamo a 13 – 14 rubinetti e tutti, dico tutti, che fanno passare una goccia d’acqua al secondo (chissà quante gocce d’acqua escono a mia insaputa ogni giorno!).

Anche se potrebbe apparire difficile districarsi nel labirinto di tubi e diramazioni, basta andare contro corrente per poter finalmente giungere ad una galleria più ampia: qui la quantità d’acqua è maggiore ed anche le diramazioni appaiono meno frequenti: sento un rumore, una specie di piccolo rombo e vedo che l’acqua assume delle strane turbolenza, si agita, crea dei vortici, mi sembra di essere attratto da questo rumore, mi impaurisco, mi addosso alla parete, vado avanti, attento a non farmi risucchiare e noto che c’è una piccolissima rottura  nella parete della galleria da cui esce l’acqua  con forza e mi spiego il rumore, il turbinio, i vortici e mi chiedo “chissà quante goccioline d’acqua escono ogni secondo” e, dato che sono curioso, riesco a contarne circa mille. Vado avanti ed incontro altre gallerie piccole quanto quelle che c’erano a casa mia e penso a quanta acqua finisce nelle varie abitazioni dei miei amici e quasi quasi faccio loro una sorpresa e vado a trovarli.!

Intanto la mia esplorazione continua e incontro una galleria ancora più grande: dovrebbe essere quella che chiamano la condotta principale, entro e comincio a risalirla con una certa ansia perché l’acqua arriva in grande quantità e sento ancora più forte  il rumore che mi aveva impaurito prima  e concludo che forse nelle gallerie più grandi il rumore viene ingigantito; noto addirittura una certa luminosità: e si, è proprio luce, allora sono arrivato, il viaggio è stato più breve di quello che credevo.

Errore, non sono arrivato, si tratta solo di un’altra rottura, ben più grande delle precedenti , dalla quale esce una quantità incredibile di acqua e sento anche delle voci, concitate, nervose. Mi affaccio, con un certo timore e riesco a vedere persone agitate che si affannano attorno alla rottura, sotto la luce di potenti lampade, fa un freddo cane, piove o nevica, preparano una specie di “benda” e si accingono ad applicarla sulla “ferita” della condotta comunale. Ecco, torna il buio, si sentono gli uomini che battono sulla benda per adattarla alla condotta, poi il calore della saldatura, il rumore si attenua, il flusso diventa regolare, si ode solo un grande fruscio, le voci degli uomini là fuori si attenuano, sento anche qualche risata, sembrano contenti dell’intervento appena concluso.

Procedo con cautela dato che alla luce della mia torcia, riesco a vedere che le pareti della condotta sono molto rovinate: anzi, vedo già un altro punto da cui qualche gocciolina fuoriesce e prima o poi il punto si allargherà, le gocce saranno molte di più, si aprirà un’altra “ferita” magari come quella appena riparata a meno che non riescano ad accorgersene prima che sia troppo grande. Ad un certo punto giungo in una galleria molto più grande della precedente:in questa convergono tante altre gallerie della stessa dimensione di quella appena percorsa. Sono nella condotta principale, e dopo un tratto abbastanza breve, raggiungo una immensa piscina azzurra, fredda (tanto io ho la tuta) in cui precipita una cascata d’acqua da un tubo posto molto più in alto: sono confuso e mi chiedo dove sono, poi, all’improvviso, ricordo che mi avevano parlato del “serbatoio”, una specie di grande deposito d’acqua, posto all’inizio della città, continuamente alimentato da una condotta che viene da lontano (non so esattamente da dove), che alimenta, a sua volta, le varie diramazioni principali che portano ai vari quartieri della città. Si pone il problema di cosa debba io fare, se tornare a casa o proseguire il viaggio: controllo le mie scorte d’aria  e la durata della batteria, mi sento bene, la tuta mi protegge adeguatamente dal freddo e decido quindi di proseguire.

Devo risalire fino alla superficie del serbatoio e prendere al volo una goccia che schizzi più delle altre e vada a finire nel tubo che alimenta il serbatoio: non è difficile e, soprattutto, ci si diverte un mondo, altro che Aqualand e i vari giochi acquatici! Dopo diversi tentativi riesco ad “atterrare” sul bordo dell’altro tubo e posso così iniziare un’altra tappa del mio viaggio verso le sorgenti.

In questa seconda parte del viaggio le emozioni sono diverse perché sono alternativamente portato in alto e in basso a seconda di com’è il territorio e percorro così tanti chilometri tra valli e  montagne ed anche in questo tratto di tubo (che poi ho saputo chiamarsi “Adduttrice”) ho trovato delle rotture ed anche qui ho potuto osservare gli uomini che lavorano alle riparazioni e l’unica differenza è che le “bende” sono più grandi e che i lavori riguardano anche le pompe che consentono all’acqua di risalire  le montagne ed i motori elettrici che forniscono l’energia per far lavorare  le pompe; un mondo completamente sconosciuto in cui gli uomini, quelli che vedo e quelli che non vedo, lavorano perché l’acqua giunga a destinazione.

Ho visto paesaggi nuovi, ho attraversato boschi immensi, gole profonde, ho superato burroni paurosi  ed ho pensato che, per far e tutto ciò, gli uomini hanno sudato sangue e lavorato in condizioni estremamente disagiate, quotidianamente, con il caldo e con il freddo, con la pioggia e con la neve, di giorno e di notte, sempre lì, pronti ad intervenire. Da qualche minuto la velocità e la quantità dell’acqua sembrano aumentare, la temperatura stessa è diminuita: evidentemente siamo in vista di qualche cambiamento ed infatti entro in rapida successione in tubi di diametro sempre maggiore finché non  … esco dal tubo e mi ritrovo in un’immensa vasca, tipo quella dei serbatoi di città, ma molto più grande  e l’acqua che arriva sembra un fiume e mi accorgo di essere in una caverna debolmente illuminata, addirittura con le stalattiti che pendono dal soffitto. Ci sono degli uomini anche qui: raccolgono campioni d’acqua (speriamo che non prendano anche me) l’osservano, misurano la temperatura, la raccolgono in contenitori da portar via per delle analisi; a questo punto decido di risalire ancor di più, verso la sorgente, verso la roccia, anche se credo di essere praticamente arrivato a destinazione. Percorro gli ultimi metri con una certa fatica, sia perché sono stanco, sia perché la corrente è impetuosa e fa freddo: arrivo in un punto e non so più dove sono. Sembra di avere un muro di pietra davanti e contemporaneamente mi sento precipitare addosso milioni di gocce d’acqua che “nascono” dalla roccia stessa in un gioco di magia in cui comprendo che sto assistendo a un miracolo, il miracolo dell’acqua, sorgente di vita che nasce dalla roccia, cioè da quanto di più inanimato ci sia.

A questo punto decido che è ora di tornare a casa: questo miracolo della natura è troppo per me e preferisco tornare a vedere e toccare le cose semplici di ogni giorno, a vedere se gli uomini che ho incontrato nel mio viaggio sono ancora lì, a sentire il calore della mia famiglia, dei miei amici, ed allora cosa faccio? Mi tuffo e mi lascio trasportare dalla corrente e attraverso la galleria da cui si diramano le varie adduttrici principali (con la speranza di azzeccare quella che porta al mio paese!), passo nuovamente per i burroni, le gole, i boschi, le valli, i monti e, spinto dalla corrente e dal desiderio di tornare, nuoto sempre più velocemente, rischiando di sbagliare direzione, finché ritrovo la mia abitazione, la mia camera, il mio rubinetto da cui fuoriesce la solita gocciolina che mi permette di “uscire”.

Nessuno si è accorto della mia assenza: mi cambio, chiudo bene il rubinetto perché non si perda una sola preziosa goccia d’acqua (anche perché, in cuor mio, penso che potrebbe entrare … qualcuno).

Vado a letto e, stanchissimo, mi addormento di colpo. Ho sognato? Nessuno può dirlo … io però ho trovato la mia tuta subacquea  bagnata e la torcia ancora accesa ….

Elio Bitritto