Di vela e di mare, una nuova storia da raccontare

Dico qui di Jipcho”, della barca con cui Angelo D’Ugo e il suo compagno e comandante, David Dubi Warshawsky, faranno presto la programmata traversata oceanica. Da Panama alle Isole Marchesi (circa 4000 miglia marine) e poi fino alla Nuova Zelanda.

Dubi&JipcoJIPCHO, UN SI BEAU BATEAU. Jipcho est un tres beau voilier, contruit en 1973 sur des plans de Jim Young, en Nouvelle – Zelande. A l’origine concu pour la course, il est tout en bois (avec la coque recouverte de fibre de verre),  offre un habitat confortable et chaleureux, (…). Nous avons deja affronté une tempete avec Jipcho, lors de notre traversee Australie-Nouvelle Caledonie l’année dernière. Plus de 70 noeuds de vent pendant plus de 6 heures,
et Jipcho n’a pas eu un boulon devisse …”

(citazione dalla Rete).

Una nuova storia, seppur tutta privata è questa, di vela e di mare, di uomini che con un vascello, relativamente piccolo, seppur ben dotato di preziose e moderne tecnologie, hanno voglia, decidono e si apprestano a solcare l’Oceano. In questo caso il mare magnum da affrontare è il Pacifico. Pensando a navi e mari, e soprattutto oceani, siamo portati a pensare ai grandi navigatori del passato. Ai Bartolomeo Diaz, Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, a Vasco da Gama e Magellano e ad altri ancora che nel passato, sconosciuti a noi, forse avevano già  solcato i mari per attingere  mete e terre sconosciute. Fatto salva la diversa ‘storia’ di Odisseo, che si trattenne a lungo in mare, approdando ora qua, ora là, (a causa – raccontò poi – di un procelloso Poseidon), in generale, la motivazione primaria per i grandi viaggi (e scoperte) furono commerciali e dunque economici. In particolare, in essi fu presente la volontà dei Paesi affacciati sull’Atlantico, come il Portogallo e la Spagna, di strappare a Venezia il monopolio del lucroso commercio delle spezie, dalla Serenissima (Marco Polo) portato avanti andando a est via terra. Non meno, per reperimento di nuove fonti di approvvigionamento d’oro e d’argento, e il derivato possesso coloniale di altri territori.

Oggi, sul pianeta Terra è ormai rimasto poco o nulla d’ignoto. Per cui, regate e competizioni sportive a parte, chi prende il mare con un’imbarcazione a vela, di certo non lo fa più per andare a cercare “nuove terre”, ma semplicemente (seppur facile non è) per navigare, per vivere un tempo tra cielo e mare, affrontando con coraggio e necessarie capacità onde e correnti, vento talora avverso, imprevisti e intemperie, che restano certamente quelle del tempo antico. Di là dei necessari mezzi economici per farlo, costituisce una sorta di sublimazione dell’attività marinara. Apparentemente fine a se stessa, in realtà è un modo tutto umano di esplorare se stessi . Di capire e sperimentare ciò che all’uomo è dato di compiere e raggiungere con le proprie capacità. Per tutti c’è sempre una meta, un orizzonte cui rivolgersi.

Panama_Linton-bayDella ormai prossima avventura di barca e di vela, che il nostro Angelo D’Ugo si appresta a compiere, assieme allo statunitense Dubi Warshawsky, abbiamo già sommariamente riferito nel precedente articolo. Dalle ultime notizie ricevute in questi giorni, sappiamo che il nostro medico-velista ha raggiunto in volo Panama e, unitamente al compagno di traversata sta preparando in ogni dettaglio l’imbarcazione ormeggiata a Linton Bay Marina (Colon).
In attesa del giorno della partenza, programmato per la metà di marzo, trovo utile fornire alcune notizie e dati tecnici su “Jipcho”, la loro barca. A cominciare dal nome, quel “grumo verbale” (come diceva un mio prof), che, se non proprio o non sempre può dirsi “substantia rei” (sostanza di un qualcosa), racchiude e conserva, nel pronunciarlo o citarlo, valori e circostanze di vita importanti e significative.
Così è per lo scafo velico in questione. Uno Jim Young 42”, disegnato da John Laurent Giles (1901-1969), un architetto navale famoso per le sue barche a vela costruite per assicurare ad esse “la massima docilità e sicurezza di manovra in mare, con tempo buono o cattivo, (…) mantenere una rotta stabile con minima azione del timoniere”.

Jipcho e Keino  Jipcho in libreria

Jipcho (J. Benjamin Wabura) è il nome di un atleta keniota, specializzato nel mezzofondo e nelle siepi. Gareggiava e vinceva in tutto il mondo negli anni in cui la barca era in costruzione. Negli annali dell’atletica è ricordato particolarmente per il suo decisivo ruolo di “lepre”, nella vittoria sugli 800 metri del connazionale Keino su Jim Ryun in alta quota, nelle Olimpiadi estive a Città del Messico (1968). E fu così che il costruttore volle dare nel 1973 il suo nome sportivo a “uno scafo concepito per correre, letteralmente per sfidare peso di gravita e il vento”.
L’attuale proprietario e armatore, “David Dubi W”, ha acquistato la barca nel 2003, e con essa negli anni scorsi ha navigato in tutto il mondo o quasi. Tant’è che con questa sua prossima traversata conta di riportare la barca “a casa”, in Nuova Zelanda, dove è nata.

Jipcho è una barca costruita in kauri, legno della Nuova Zelanda. Il fasciame è costituito da tre strati di legno immersi in resina epossidica, mentre il rivestimento esterno è in vetroresina. Misura 42 piedi (12,5 metri) ed ha un pescaggio di circa 1,6 metri. Per quanto riguarda le vele: oltre alla Randa e al Fiocco, è dotata anche di Gennaker e Tormentina.

In termini di strumentazione, utile alla navigazione e necessaria alla sicurezza, sono presenti a bordo: Gps cartografico, pilota automatico, radar, telefono satellitare, epirb (apparecchiatura per inviare e ricevere mail). E ancora un profondimetro, un solcometro e unastazione del vento”; pannelli solari ed eolico per produrre energia, dissalatore per produrre acqua dolce, potabile.

“Ognuno ha la sua storia da raccontare” usa dire, ma per poi narrarla occorre prima
idearne una e possibilmente essere capaci di viverla.

Credo sia questa la convinzione dei nostri due moderni ulisseidi.

Giuseppe F. Pollutri

Questo slideshow richiede JavaScript.