PD, Partito (in) Difficoltà.

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E’ evidente che, da un po’ di tempo a questa parte, le cose, in casa PD, non vanno molto bene. Con la (prima?) segreteria Renzi, dopo l’apogeo toccato alle ultime elezioni europee (40,8%), il partito ha imboccato una china palesemente discendente, culminata, dopo alcuni discreti insuccessi alle amministrative, nel risultato del referendum del 4 dicembre scorso. In questa sede non si discuterà delle possibili cause di ciò (leggasi, a riguardo, “Chi vince e chi perde”, su questo stesso giornale), ma di una sicura conseguenza: la scissione in atto. Fermo restando che la situazione è, in parte, ancora dai contorni non completamente delineati, la resa dei conti, tra Renzi e la sinistra interna del suo partito, rimandata finora grazie ai successi prima, alla tenuta, relativamente buona, del partito e della leadership del segretario poi, è iniziata ed è in corso. Con quali esiti è difficile a dirsi. L’uscita dal partito di diversi esponenti, anche molto significativi, della vecchia guardia, dà corpo a diversi possibili scenari. Nell’immediato, è evidente la scissione in corso comporta la perdita di un certo numero di parlamentari, in ambedue le Camere, rendendo più precaria la posizione di Gentiloni, e, di riflesso, di Renzi. In effetti, pare che una parte significativa di questi sia intenzionata a continuare ad appoggiare l’attuale esecutivo, ma, in ogni caso, ci sarà (almeno) un soggetto in più, con cui il premier, ogni volta che un provvedimento passerà al vaglio delle Camere, dovrà fare i conti. Inoltre, anche se al momento è ancora difficile valutarne la portata, l’effetto della scissione potrebbe propagarsi agli enti territoriali, dalle regioni ai comuni, con conseguenze difficilmente valutabili. Va notato che l’uscita dal PD degli oppositori dell’attuale segretario, o almeno della maggior parte di questi, può avere, per Renzi, il vantaggio collaterale di eliminare la ‘concorrenza interna’ garantendogli un controllo del partito forse anche maggiore di quello che ha avuto finora, ma bisogna vedere quale sarà la consistenza politico – elettorale del partito stesso superata l’attuale fase. Ovvero: quanti voti porterà via la scissione? Difficile prevederlo. Certo è che la maggior parte delle scissioni, se andiamo ad esaminare la storia politica degli ultimi decenni, non ha portato molta fortuna ai suoi autori, che nella maggior parte dei casi hanno potuto assistere in tempi non molto lunghi alla propria estinzione politica. Tuttavia il futuro è incerto e, nell’immediato, c’è il rischio che la fusione in corso tra la sinistra del PD scissasi e parti significative di Sel-SI dia vita ad un soggetto capace di provocare un’emorragia di voti democratici sia alle amministrative che alle politiche che verranno. Inoltre, non è scontato che Renzi possa esercitare in futuro, sia pure in un PD in versione minor, l’egemonia quasi incontrastata vistasi dalla sua ascesa alla segreteria fino al risultato del 4 dicembre 2016, visto che più di uno sfidante – e tra questi quello che sembra con le carte più in regola è Michele Emiliano – intende contendergli la leadership dall’interno, anche se è probabile che la presenza di diversi contendenti di fatto rafforzi l’attuale segretario, frantumando la possibile fronda interna. Un’altra minaccia, anche se, allo stato attuale, non ancora in grado di minare significativamente la tenuta del PD e del governo di cui questo è il principale azionista, è l’inchiesta giudiziaria in corso che sta coinvolgendo personaggi decisamente vicini all’ex premier, compreso suo padre. I prossimi sviluppi della vicenda non sono al momento prevedibili, ma è probabile che la vicenda peserà come un macigno sulle prossime primarie del PD. Renzi resterà il leader del PD? La classe dirigente renziana resterà al comando del partito che ha conquistato da qualche anno? Chi vivrà vedrà. Certamente, a causa della legge elettorale (anzi, delle leggi elettorali, visto che Camera e Senato hanno, di fatto, due leggi elettorali diverse) attualmente in vigore, lo scenario politico che si profila all’orizzonte sarà caratterizzato da una evidente frammentazione, dovuta ad un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale (a meno che qualcuno raggiunga il 40% alla Camera, la qual cosa è allo stato attuale improbabile, e comunque resterebbe l’incognita Senato) e alla presenza di numerose forze politiche in campo, compreso un PD probabilmente indebolito che, oltre che col Centrodestra e il M5S, dovrà vedersela con uno o più competitori sul lato sinistro, e, a differenza del 2013, non è affatto scontato che questi soggetti siano propensi a dare vita ad una coalizione di centrosinistra, soprattutto alleandosi con un PD targato Renzi.

Marco Sfarra

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