Giochi di “Collocamento” (che non funzionano)

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Art.1 L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Come, con quale percorso, normativo o d’indirizzo, l’Istituzione statale porta il giovane, di là e oltre la didattica dei corsi e delle materie, a essere gratificato o quantomeno sostenuto da tali fondanti enunciati?

Mentre a destra come a sinistra, come storni che cercano di appollaiarsi sul proprio ramo nella sera, uomini, partiti e movimenti si compongono e poi ricompongono con fantasia, alla come viene o piuttosto come conviene, la gente nelle case e nelle strade continua a portare avanti la propria vita quotidiana; per taluni ben provvista di tutto, materialmente quantomeno soddisfatta, ma per altri tanti: grama, incerta, penosa o peggio.

Il suicidio recente di “Michele”, giovane che ha lucidamente lasciato scritto di non accettare di vivere da precario …a vita, naturalmente sarà presto metabolizzato, messo nel dimenticatoio, ma chi le angustie del presente e le incertezze del futuro non può ‘digerirle’ continua a interrogarsi se speranza ci può essere che gli uomini della politica, dopo aver configurato i detti schieramenti democratico-elettivi, prendano ‘coscienza’ (più che mentale cognizione) che così non si può andare avanti ancora (e poi ancora), senza programmare interventi strutturali per ovviare in partenza a cause e guasti della disoccupazione, in particolare giovanile.

Repubblica_diritto lavoro condizioni dovereLeggiamo in un’inchiesta di un settimanale italiano (Panorama) che occorre interrogarsi su “il lavoro che non c’è”, e ancora sul “come creare posti di lavoro”. Ma se questo sta a significare un voler rendersi conto della realtà, capire del come mai il Paese Italia non … “riparte”, quali che siano “cause e pretesti”, occorre altrettanto e più interrogarsi del perché in 70 anni di vita repubblicana e democratica (ammesso che il 1945 sia per tutto, anche socialmente, da considerarsi l’anno zero della storia italiana) quel primo e fondamentale articolo 1 della Costituzione, e soprattutto l’art. 4, non siano stati realizzati compiutamente, né resi capace di suscitare quantomeno dubbi in chi può e soprattutto deve far discendere da tali fondanti enunciati, più che provvidenze (panni e pannicelli caldi), un “percorso” progressivo e logico, ideale e organizzativo, per rendere l’inserimento di un giovane, al compimento di un suo corso di studi, previsto e organizzato. Un vero strumento normativo volto a dare finalità al “titolo di studio” acquisito, e per il conseguimento del quale molto (da parte dello stato e non meno dalla famiglia) è stato investito e speso.

Ben legittime che siano le possibili obiezioni di chi, a ragione o a torto, ritiene che la formazione scolastica non necessariamente o non sempre vada posta e vista in funzione professionale, e benché sia ovvio che ciascuno della propria vita e per il proprio destino occupazionale resterà libero di scegliere liberamente, in bene o in male, lo Stato in primis, in virtù e diretto assolvimento dei princìpi base della sua Carta, deve concretamente porre in campo “le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Vale a dire che “il collocamento” nelle varie attività produttive e di servizio va prestabilito e garantito e non considerato un semplice “ausilio” da parte dell’Istituzione pubblica.
Le distorsioni del mitizzato o troppo enfatizzato potere ‘risolutivo’ del “libero mercato”, un sistema di regole economico finanziare rivolto soltanto alla produzione dei beni da vendere e acquistare, con spesa e lucro, appaiono oggi a tutti ben evidenti. Ma, a quanto pare, la nuova consapevolezza non dà frutti nuovi e diversi, e non fa sì che ci si renda conto che il giovane diplomato, laureato o comunque professionalizzato, non può da sé solo, o soltanto con l’aiuto della famiglia, di amici o di … compari & faccendieri, trovare dove e come inserirsi nel mondo del lavoro e dei servizi, a realizzazione obiettivo fondante della propria vita e poi di quella di altri.

Collocamento_1293957023     Un percorso di “collocamento” che – quali che siano in termini di uffici e strutture, pubbliche o private –  faccia sistema organico con gli ordinamenti scolastici e con una vita umana che nasce, si sviluppa e poi ‘produce’ (mi pacerebbe dire “dà frutti”) in seno ad una Comunità sociale e territoriale.

Si dirà che allo scopo c’è già in Italia il “Centro per l’Impiego”, erede nella P.A. del vecchio Ufficio di collocamento. Ad esso, come al precedente, mutato a conti fatti semplicemente nel nome, per legge (e …“riforme”), è demandata la funzione di “gestire il mercato del lavoro a livello locale”, per “favorire l’incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro”.  Formulazioni che parrebbero quelle giuste, leggi e disposizioni che avrebbero già in sé mezzi e capacità per evitare che ci sia o permanga sempre attuale il noto purgatorio (o inferno) per chi in Italia, completati gli studi di qual si voglia ordine e grado, desideri divenire elemento della popolazione produttivamente attiva.

Dalle leggi alla pratica, è noto che, quali che siano le ragioni, di forma e di sostanza, questo Istituto pubblico in realtà non assolve lo specifico e importante compito e, a parte il “collocamento obbligatorio dei disabili” o dei lavoranti di minimo livello, come altri Enti, sembra capace non altro che di tenere in piedi soltanto se stesso.
Le dette Riforme in materia, avvenute a partire dalla metà degli ultimi decenni del novecento, hanno sì modificato nel mondo del lavoro “le regole” nonché “i servizi”, ma mentre la contemplata “preselezione ed incontro tra domanda e offerta” non dà i frutti che i legiferatori e riformatori si erano prefissi, è cosa certa e di tutta evidenza che, in nome della “flessibilità del lavoro”, si è istituzionalizzato “la precarietà” della stessa vita dei lavoratori; uomini e donne sottoposti a contratti di lavoro in “somministrazione” e in “apprendistato”, “ripartito”, “intermittente“, “accessorio” e “occasionale”, … “a progetto” come forma ormai considerata massima e nobile. Prestazioni d’opera che s’instaurano e durano nel tempo per quel e per quanto occorre, per proprio bisogno e interesse, da parte del datore di lavoro, privato e indicibilmente ormai anche pubblico. Il beneficio di un lavoro, dunque, come in altre epoche pre-democratiche, non è più un diritto comunitario, bensì un …“colpo di fortuna”. Di conseguenza, chi ci fa “un favore”, singolo o partito, sarà sempre libero e in grado di dettare condizioni, a propria discrezione e/o vantaggio.

Nel 2014/2015, i “riformatori”, forse, rendendosi conto non solo del fallimento delle dette Agenzie per l’impiego, si sono inventati persino un sistema informatico e in Rete, detta BCNL (Borsa Continua Nazionale del Lavoro). In tale ‘nuova’ configurazione, leggiamo persino che con un … “ClicLavoro” si realizzerebbe il sempre ricercato e difficilmente ottenuto “incontro domanda-offerta di lavoro rivolto a cittadini, imprese, intermediari pubblici e privati”… Insomma, un’altra utopia pubblica, o piuttosto ancora un fallimento sostanziale del nostro Paese Italia, unitamente ad un impiego di risorse finanziarie pubbliche “a perdere”, quanto non palesemente strumentale alla cattura del consenso per la conservazione del potere.

A questo punto mi si ripeterà ancora che …“è il lavoro che manca” e non i mezzi utili all’integrazione lavorativa e sociale. Sarà vero, forse, o poco e nulla. A me pare che stante l’incapacità del nostro sistema politico-istituzionale di “creare” “il lavoro”, soprattutto a causa di una concezione ‘globale’ dell’occupazione resa possibile e incrementata soltanto se redditizia in termini economico-finanziario, di certo i nostri giovani, e con essi le famiglie, dopo “la scuola” non sanno come e dove indirizzarsi. Con espressione popolare si direbbe: …dove andare a sbattere la testa!

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     La realtà è questa, ed è a tutti nota. Si procede a tentoni, con affanno e frustrazioni, come ha dolorosamente scritto “Michele”, … “per sopravvivere” soltanto. Per un’Italia che vuol essere post-liberale, per sua asserita vocazione progressista e social-democratica, costituisce un chiaro obbrobrio civile e istituzionale. Un pubblico fallimento, non meno, senza che a fronte di tale inconfutabile dato ci sia nella classe dirigente nazionale una vera e utile consapevolezza dei danni fatti e del necessario, reale non nominale cambio di rotta.
Oltre a tutto, nel nuovo tempo etico-religioso della “misericordia”, anche i laici (i politici in particolare) hanno capito come sia facile autoassolversi dal ‘peccato’ semplicemente confessando di “aver sì commesso errori, ma …”. Un espediente per poterne compierne poi altri, impunemente, e persino con vario ma sicuro profitto.

G. F. Pollutri

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