Lavoro, giovani, Sud

giovani_lavoro_regione_puglia_slide-1728x800_cLavoro, giovani, Sud. Queste, secondo l’attuale premier, le priorità del suo esecutivo. Lo ha dichiarato lo stesso Gentiloni, al momento del suo insediamento. L’attuale premier, nella stessa circostanza, ha chiarito di voler procedere nella politica riformatrice del precedente governo, di cui lo stesso Gentiloni ha fatto parte. La continuità con il governo Renzi, quindi, come programma politico. Pur prendendo atto che la nascita del proprio governo è la conseguenza di una evidente sconfitta politica del suo predecessore, il premier ha ribadito la volontà di proseguire sulla via delle riforme fatte, della continuità definita “un valore”, chiarendo che quella politica riformatrice renziana va completata (“Sulle riforme non abbiamo scherzato. Ora ci sono dei capitoli da completare”) e, potendo, migliorata. Particolare importanza, come è stato già scritto poc’anzi, sarà data, per l’appunto, alla mancanza di lavoro, anche se, stando a Gentiloni (e a Renzi), da questo punto di vista, la situazione, a causa del ‘Jobs Act’ (“un’ottima riforma”), è in via di miglioramento. E’ però alta la disoccupazione giovanile, specie al Sud che, in maniera evidente, non riesce ad agganciare la ripresa, pur anemica, in atto nel resto del Paese. Le intenzioni sono senz’altro buone, ma bisogna vedere quanto, concretamente, sarà possibile fare, visti i problemi all’orizzonte, che non sono pochi. Intanto, il tempo: quale sarà la durata dell’attuale esecutivo? lo stesso premier ha chiarito, a riguardo, che la durata del governo non è decisa dallo stesso, ma dal parlamento, e che un esecutivo resta in carica finché ha la fiducia delle Camere. Non è però possibile prevedere, allo stato attuale delle cose, se questa fiducia durerà fino a fine legislatura (primi mesi del 2018) o meno. Difficile dirlo. Certamente molto dipenderà da Renzi. Il segretario del PD, infatti, è palesemente l’azionista di maggioranza dell’attuale esecutivo, come dimostrano non soltanto la continuità programmatica, ma anche (se non soprattutto) la stessa composizione della compagine governativa, molto simile a quella precedente. L’ex premier quindi, può decidere se e quando ‘staccare la spina’ al suo successore. Lo farà? chi può dirlo. Certo è che, se si tornasse alle elezioni, il risultato sarebbe incerto, anche se, per Renzi, una certezza ci sarebbe: il 40,8% delle passate elezioni europee è adesso irraggiungibile… Inoltre, vista la recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha mutato l’Italicum in Legalicum, alla Camera dei Deputati, in caso di elezioni, o avremo una lista capace di superare il 40% dei voti validi, facendo scattare il premio di maggioranza, oppure – e questa è l’ipotesi più probabile, quasi certa in questo momento – la cosa non avverrà, e allora avremo una ripartizione dei seggi secondo un sistema proporzionale, e, quindi, nessuna maggioranza certa. Al Senato, rimasto, con la vittoria del ‘No’ del 4 dicembre scorso, elettivo, si voterà, invece, salvo cambiamenti, con il Consultellum, ovvero un Porcellum modificato dalla Consulta o, per dirla in parole più semplici, un sistema proporzionale su base regionale. I due sistemi non sono poi così diversi, alla fin fine, ma, cosa molto probabile, con uno scenario politico attuale, caratterizzato da una sorta di tripolarismo imperfetto, il risultato più probabile delle elezioni sarebbe l’ingovernabilità, salvo il ricorso a qualche forma di grande coalizione, ammesso che i numeri in parlamento lo permetteranno, cosa tutt’altro che scontata. Gli esperimenti di grande coalizione all’italiana non hanno dato, alla prova dei fatti, grandi risultati. Renzi, numeri alla mano, potrebbe candidarsi ad essere uno dei soci di maggioranza di qualsiasi coalizione post elettorale, ma, visto che l’attuale governo è già espressione del PD e di alcune formazioni minori, non è molto chiaro quale vantaggio il PD potrebbe trarre da nuove elezioni. E questo potrebbe lavorare a favore della durata dell’attuale governo. A meno che si faccia, nel frattempo, una riforma elettorale, ma la cosa non sembra molto probabile. Detto questo, tornando alle priorità del governo, se ne è aggiunta una – era già presente, in effetti, ma adesso è tornata alla ribalta – non meno impegnativa: la ricostruzione post sisma, o post sismi, visto il susseguirsi, negli ultimi mesi, di una serie di scosse telluriche spesso decisamente violente. Per non parlare dei danni aggiuntivi da neve e maltempo. La gestione delle emergenze e della ricostruzione ha i suoi costi, e l’Unione Europea sta già ‘bacchettando’ l’Italia per la flessibilità, ad avviso di Bruxelles eccessiva, che il nostro Paese richiede da tempo e per vari motivi, tant’è che si parla di manovra correttiva per contenere il deficit. In virtù dell’instabilità politica, e della situazione economica non proprio rosea, è tornato a salire lo spread, il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi, e non è un bel segnale, questo che ci viene dai mercati, specie se si tiene conto che stiamo usufruendo dello scudo che ci ha messo a disposizione la BCE, cosa questa che non durerà per sempre. Sul futuro politico dell’attuale Esecutivo (e dell’Italia) si stanno addensando, quindi, diverse nubi decisamente minacciose. Speriamo che l’attuale premier abbia la forza politica sufficiente a scacciarle.

Marco Sfarra

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