Terremoto, neve e gelo. Stalle crollate, animali morti, allevatori abbandonati a se stessi

asino nella neve

Nei nostri tempi tristi per eventi sismici e climatici, e infami per insipienza o mal-fare degli uomini, privati ma soprattutto pubblici, quelli che appaiono particolarmente abbandonati a se stessi sono soprattutto gli animali da allevamento e da lavoro. Parimenti gli uomini che a questi (si dirà per profitto, e comunque come Dio o la Natura chiede) dedicano le necessarie, dovute e profittevoli cure.

Come leggiamo in Rete:
Coldiretti ha fatto un tragico riepilogo della situazione e delle ripercussioni con oltre il 50% della produzione di latte negli allevamenti delle aree terremotate, dove si registrano anche un aumento degli aborti per lo stress provocato dal freddo. Si stima che appena il 15% delle strutture di protezione degli animali siano state completate fino ad ora e gli allevatori non sanno ancora dove ricoverare mucche, maiali e pecore, costretti al freddo, con il rischio di ammalarsi e morire, o nelle strutture pericolanti che stanno cedendo sotto il peso della neve e delle nuove scosse”.
“In questo scenario gli animali vengono abbandonati a loro stessi soprattutto nelle località più isolate dove è difficile raggiungerli. Bestiame, canili e stalle in balia delle scosse e della neve mentre i soccorsi stentano a liberare le strade per raggiungerli”.

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”Esperienze del passato testimoniano che ci sarebbe stato tutto il tempo per evitare di lasciare in balìa del freddo e del gelo  anche gli allevatori danneggiati dal sisma di ottobre. E anche la famosa ordinanza che permetterebbe alle aziende di ordinare da sole le strutture è oggi inapplicabile a causa della mancanza di indicazioni su costi, materiali e caratteristiche tecniche”.

Crollate le case e parimenti le stalle, gli uni e gli altri, animali e allevatori, in una sorta di inscindibile binomio,  nell’emergenza terremoto e neve restano i più colpiti e per la gran parte ignorati, in numerosi casi abbandonati. Accade, da quel che notizia oggettiva ci fa sapere, che, nonostante i ‘decretati’ ma poi poco o nulla resi operativi “provvedimenti governativi”, i nostri animali (giacché tali sono da considerare), rimasti esposti alle particolari e attuali intemperie e privi spesso di acqua e foraggio, per le conseguenze logistiche derivanti dai ripetuti e incessanti moti della terra, per le copiose precipitazioni nevose dei giorni scorsi non meno e in aggiuanta, sono con evidenza a rischio. Con essi soffre non di meno, e rischia la sola fonte di reddito, dunque di vita, chi resta ovviamente al loro fianco, non solo per preservare, legittimamente e utilmente per l’economia nazionale, la propria attività imprenditoriale e lavorativa, ma anche per quel naturale e primordiale legame che li lega al “bestiame” con cui dividono la propria giornata, il tempo lungo una vita.

Un sentimento, quel che ne deriva, che a porlo nella comunicazione parrebbe ‘buonista’ e dunque “inutile o superfluo”, ma che nella sua positività di varia natura e genere ci porta ad apprezzare, e se necessario valorizzare, l’annuale celebrazione non soltanto religiosa ma letteralmente etnico-popolare di Sant’Antonio Abate. L’anacoreta “nemico del demonio” e insieme patrono a ragion veduta degli animali da stalla e da cortile, non meno presenti attorno alla sua immagine di culto con quelli da compagnia. Nei giorni in cui nelle terre cristiane, a cominciare da Piazza San Pietro, nel nome del Santo amato e venerato, sono stati religiosamente portati, esposti e benedetti animali di vario genere, e ovviamente, in una società divenuta marginalmente rurale e contadina, quelli che più frequentiamo giornalmente,  cani e gatti, cavalli, qualche coniglio o uccellino in gabbia, bellamente, improvvidamente nei fatti da parte delle istituzioni pubbliche, ci siamo dimenticati di quegli animali (creature anch’esse di Dio Padre, vorrei ricordare agli “animalisti” in tal caso assenti e silenti) che consideriamo ingiustamente e semplicemente  … “carne da macello”.

GFP

pecore nella neve

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