Popoli e Archetipi

eneaPer Carl Gustav Jung gli archetipi agiscono nel solco dell’ inconscio collettivo e ci “comunicano lo spirito dei nostri ignoti antenati, il loro modo di pensare e di sentire, il loro modo di sperimentare la vita e il mondo, gli uomini e gli dei.” Dunque, “come il corpo umano rappresenta una sorta di museo della sua storia filogenetica lo stesso avviene per la psiche”.[1]  L’archetipo quindi rivela la propria presenza attraverso i simboli e i miti che vanno a legarsi indissolubilmente con le stirpi da cui sono fioriti “ab origine”. Chiunque pensi per un momento alla mitologia classica di Omero e Virgilio avrà immediatamente davanti a sé un luogo: il mediterraneo, ed una civiltà: greco-romana. Dunque l’inconscio collettivo è un contenitore psichico condiviso ma allo stesso tempo esclusivo di ogni nazione, poiché ogni stirpe ha una propria identità tramandata di generazione in generazione. A questo proposito Jung arriva a delineare un profilo dell’archetipo proprio del popolo tedesco, che riconosce nel Dio degli Dei germanico Wotan-Odino. A sua volta il pensatore svizzero descrive in modo chiaro le caratteristiche che la manifestazione inconscia di Wotan-Odino trasferisce alla psiche dei tedeschi, se da un lato troviamo il marchio piuttosto “barbaro” di un popolo avvezzo alla guerra e alla violenza, dall’altro è presente uno slancio mistico ed un amore per la natura che si poteva riscontrare persino nel movimento dei Wandervogel  agli inizi del’900. Ebbene, osservando il mondo contemporaneo, verrebbe da chiedersi fino a quando potrà sopravvivere un inconscio collettivo esclusivo per ogni popolo, poiché in una società come la nostra che si vuole globale e globalizzante, è inevitabile un processo entropico, a cui in parte stiamo già assistendo, che favorirà il collasso di ogni specificità tradizionale e la distruzione di ogni incardinamento. I movimenti migratori a cui sono costretti  grandi masse umane stanno a testimoniare questo processo di polverizzazione delle identità culturali, etniche e religiose. A questo proposito giova ricordare le parole del Dalai Lama in merito al popolo tibetano : “Il trasferimento in massa di civili cinesi all’interno del Tibet, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra (1949), minaccia la reale esistenza dei tibetani come popolo distinto.” Poi riferendosi all’etnia Manchu’: “..i Manciù erano una razza distinta con una propria cultura e proprie tradizioni. Oggi sono rimasti solo due o tre milioni di Manciù in Manciuria e vi sono stati introdotti 75 milioni di cinesi.” Ed infine conclude: “..è imperativo che il trasferimento di popolazione venga interrotto e che i coloni cinesi ritornino in Cina. Altrimenti, presto i tibetani non saranno nulla di più che un’attrazione turistica ed il resto di un nobile passato.”[2] Insomma per il Dalai Lama Tenzin Gyatso la tradizione religiosa e la stessa etnia tibetana rappresentano un patrimonio culturale unico ed indissolubile. A questa posizione fa eco un’altra dichiarazione rilasciata dal leader tibetano in merito alla migrazione di massa dall’Africa in Italia: “Se nel Paese vicino la gente muore di fame e viene uccisa, diventa difficile dire “No, non entrate”. Ma, di nuovo: se arrivassero tutti, nel tuo Paese finireste per avere difficoltà.”[3] Trovarsi impreparati davanti ad un pericolo di tali dimensioni comporterebbe “de facto” l’abbandono definitivo di tutto ciò che come romani, italiani ed europei ci è sempre appartenuto sia a livello etico che culturale, ecco perché dobbiamo dare una risposta chiara e veloce per affrontare serenamente quest’emergenza. Riappropriarsi dei valori, dei miti, degli eroi e dei simboli che hanno tracciato la nostra identità vuol dire rimanere fermi e stabili in un mondo che crolla e si polverizza. Già Nietzsche ebbe a dire: “Il deserto cresce; guai a colui che cela deserti dentro di sé!”.

Comuni origini italico-romane

Il popolo italiano ha un suo archetipo? Siamo in grado di tracciarne un profilo?  Per provare a rispondere, seppur a grandi linee, sarà bene inquadrare la storia d’Italia dalle sue origini, se da un lato esse poggiano sulle comuni radici indoeuropee dei popoli italici, dall’altro trovano nell’unicità di Roma l’alveo da cui fioriscono e si affermano definitivamente in Europa e nel mondo. Dunque il legame tra Roma e l’Italia appare fin da subito indissolubile ma allo stesso tempo implica una dualità. In effetti le differenze tra i popoli italici e le altre tribù indoeuropee erano minime e l’impianto linguistico, religioso e socio-politico era pressoché identico. L’originalità di Roma appare invece immediata, ecco ad esempio, come si esprime Ovidio nei Fasti : “Ma che dio dirò che tu sei, Giano bifronte? Non c’è nessuna divinità in Grecia che sia simile a te.” [4] D’altronde basti pensare che già in età arcaica l’origine del nome di Roma e del suo popolo era incerta e molti sono i processi nella genesi dell’urbe che ancora sfuggono agli studiosi. Dunque bisognerà tener conto  fin da subito delle peculiarità che rendono unico il contesto da cui si svilupperà il futuro popolo italiano. L’orientalista Pio Filippani-Ronconi afferma: “Noi alla radice del popolo romano non troviamo tanto una razza, quanto un foedus, quanto un atto spirituale, una alleanza. Anche le storie tradizionali che narrano di Roma raccontano che c’erano i Titii, i Luceres e i Ramnes, che erano tre popoli differenti. I Titii erano certamente degli umbro-sabini, i Ramnes erano casa nostra, erano i Romani, i Luceres erano probabilmente degli Etruschi..” Insomma come confermano anche le recenti scoperte archeologiche, gli italiani condividono un comune patrimonio tradizionale che affonda le sue radici nell’VIII sec.a.c ed è il frutto della stessa fondazione di Roma.

Enea e Romolo

E’ all’interno del “mōs maiōrum”[5] che vanno ricercate le linee guida del “vir bonus” romano, giacché come ricorda Ennio: “Lo Stato romano si fonda sugli antichi costumi e sui grandi uomini.”[6] Ebbene tra i valori fondamentali della romanità che si affermano come tratti distintivi troviamo la “pietas. I cittadini dell’Urbe erano talmente legati a questo principio da farlo diventare  l’appellativo del “Pìo” Enea capostipite del popolo romano. La “pietas”romana, diversamente dal significato attuale di pietà, è da intendersi come doverosa linea di condotta, rispettosa  degli dei, della patria e della famiglia. Dunque l’uomo romano, fin dall’atto rituale fondativo dell’Urbe, acquista per sé il ruolo di “mediatore” tra cielo e terra; per sottolineare questo concetto, nell’ Eneide Virgilio farà dire ad Enea: “Cerco la patria Italia e gli avi miei, nati dal sommo Giove”[7] ed ancora nell’Eneide è lo stesso Giove a dire: “A Roma non pongo io termine o fine; a lei ho promesso un impero infinito.”[8]  D’altronde gli stessi romani più che soldati, ingegneri o giuristi amavano considerarsi “religiosissimi mortali”[9], la pietas infatti era strettamente collegata anche al carattere di ogni “Pater Familias” che diveniva vero e proprio sacerdote nel culto privato, all’interno della casa, tra i suoi familiari e schiavi. Lo stesso avveniva parallelamente in forma pubblica dove l’imperatore ricopriva al contempo la massima carica religiosa di “pontifex maximus” assurgendo a ponte tra gli uomini e la divinità.

La sintesi dantesca

A questo punto il profilo dell’archetipo romano/italico appare sempre più chiaro, inoltre, è importante constatare quanto la proiezione  dei valori del “mos maiorum” s’intrecci con gli ideali medievali di fedeltà a Dio ed al re, ed echeggi nei  tentativi di una “renovatio Imperii”, soprattutto durante la dinastia Ottoniana. L’uomo romano insomma non muore con l’età classica, un filo sottile ma indissolubile lo lega ai suoi due capostipiti : il “pìo” Enea ed il “padre” Romolo. Entrambi sono stati a loro modo “mediatori” tra cielo e terra ed entrambi, muovendosi nell’alveo del mos maiorum, non esitano quando occorre a far ricorso alla forza, poiché sanno che il loro agire è accordato dall’alto. Come non rivedere in questo “modus vivendi” la condotta cavalleresca del medioevo cristiano? D’altronde il “Ciclo Carolingio” non si fonda sull’idea stessa di Roma imperiale? Ed a riprova che tale figura è rimasta latente nell’inconscio collettivo italiano ancora nell’Orlando Furioso, Ariosto tratteggia il particolarissimo personaggio di Ruggero, paladino di Carlo Magno, della stirpe di Ettore ed Enea. Chi però più di ogni altro ci indica che tali caratteristiche non scomparvero ma rimasero latenti ancora nel medioevo, è il sommo Dante  che nel De Monarchia afferma perentorio : “il popolo romano fu predestinato dalla natura all’Impero; dunque il popolo romano, assoggettandosi il mondo, giunse all’Impero in forza di un diritto. “[10]  Inoltre Dante si spinge laddove nessuno si era mai spinto prima, egli realizza una sintesi tra l’antica tradizione romana e la nuova forma tradizionale rappresentata dal cattolicesimo, nato anch’esso nell’alveo romano, fino a tracciare la figura di una Roma città-celeste, descritta al poeta da Beatrice nel penultimo canto del purgatorio : “e sarai meco sanza fine cive /di quella Roma onde Cristo è romano.” (Pg XXXII 101-102).

Guido Santulli

 

[1] C.G Jung. Coscienza, inconscio e individuazione, (1939).

[2] Piano in cinque punti per il Tibet di Sua Santità il Dalai Lama,Washington, D.C. 21 Settembre 1987

[3]Corriere della Sera,13 giugno 2014

[4] “Quem tame esse deum te dicam Iane biformis? Nam tibi par nullum Graecia numen abet.”

[5] «costume degli antenati»

[6]Quinto Ennio,Annales.

[7]Eneide,(I, 378-380)

[8]Eneide,(I, 278-9) “His ego nec metas rerum nec tempora pono: imperium sine fine dedi.”

[9]«religiosissimi mortales»,Sallustio, De coniuratione Caltilinae, 12, 3.

[10]Dante Alighieri, De Monarchia (Libro II ,cap.6). A tal proposito giova ricordare le parole introduttive del De Monarchia : “A tutti gli uomini, che una forza soprannaturale ha improntato all’amore della verità, questo spetta sopra ogni cosa: come essi si sono arricchiti dall’opera degli antichi, così a loro volta proiettare l’opera propria verso la posterità, tanto che questa trovi in essi di che arricchirsi.”

Guido Santulli