I “barboni” e le “Dame della carità”

“Storie di solitudine e disperazione, quelle dei clochard morti con l’ondata di freddo che ha investito l’Italia. Almeno 8 sono le vittime delle temperature polari nelle ultime 48 ore”. Così titola un suo articolo il giornale cattolico “Avvenire”, e nel testo che segue fa un’elencazione dei morti volta a dare un nome, ovvero sembianza umana alle vittime: Singh, Adam, Angelo …  
Storie di solitudine e disperazione per le quali, io penso, bisognerà interrogarsi anche quando non fa freddo o è troppo caldo, anche nei giorni in cui non si celebrano singolari feste e ricorrenze, religiose o civili.

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Puntualmente, come i giorni rituali del Natale e della Pasqua, d’inverno tornano, implacabili, freddo e gelo. Chi ha casa e ben fornito guardaroba, in tal evenienza climatica può sopravvivere e da essa trarne persino  diletto, chi è invece senza dimora o senza tetto, barboni o clochard, capita che muoiano, come legge delle temperature  e dell’organismo umano detta per chi si trova, nella notte in particolare, all’addiaccio.
E così, quelli che vogliono mostrarsi “pietosi” si “prodigano” (come dice il capo del governo Gentiloni) e invitano i volontari ad andare in giro nei quartieri delle città per dare soccorso ai mal-ridotti, da varie cause e vicende della vita, a vivere giorno e notte sotto il cielo e per la strada. A costoro, in questi giorni e in queste ore, offriamo un tè caldo, qualche panno aggiuntivo, una coperta, la dovuta parola d’incoraggiamento… E poi via, a casa, naturalmente. Qualcuno con tale discesa in strada, pur meritevole che sia se realmente spinto da un impulso etico e compassionevole, pensa così di … essersi meritato il paradiso, e se “personaggio pubblico” di ottenere qualche voto in più per l’istituzionale rielezione.

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Un frequentatore della Rete ha annotato al riguardo che “a quelli che chiamano gli ultimi e i più bisognosi bisognerebbe pensare e provvedere non soltanto quando arriva freddo e gelo”, e che ”offrire ad essi un pranzo servito a tavola (scenograficamente imbandita persino nelle navate di una chiesa) esclusivamente per Natale o Pasqua non sia proprio un “provvedere”, ma semplice pietismo e strumentale assistenzialismo. Si può, anzi si deve pensare, – così afferma ancora il commentatore – che i senza-dimora e senza famiglia debbano, quale che sia il modo, essere messi nelle condizioni di aver quel minimo di benessere con il quale non sia più nelle condizioni di restare soli “nelle feste” o di morire per freddo e gelo quando viene l’inverno. Non basta “un” pasto caldo, non è sufficiente allestire “un dormitorio”!

Ci rendiamo conto perfettamente, tutti, che auspicare di più e di meglio sia facile, che per quanto sia sacrosanto realizzare forme di assistenza più razionali e civili, ciò possa essere considerato utopistico. Ma quale altro è il compito, chiedo, di uno Stato e Paese ormai civile, organizzato e strutturato, se non quello di fornire un riparo e sufficienti mezzi per la sussistenza a tutti i suoi abitanti, doverosamente da parte dello Stato e auspicabilmente ad opera delle associazioni private che ne hanno mezzi e volontà? Del resto, … forse, o piuttosto giustamente, è questa e non altra la funzione istitutiva dei “Servizi sociali” presso gli Enti pubblici.

GFP