Il nostro naufragio

Italiani e forestieri.
Quando la vita, individuale e sociale, diventa orribilmente precaria
per gli uni e per gli altri, … invivibile.

Dai disoccupati e precari di vita, ai migranti profughi e incontrollati clandestini. Da uno Stato e i suoi uomini di potere, latitanti nell’assolvimento dei propri doveri, all’inovviabile e ancora utopistica realizzazione del “Bene Comune”, scopo primo e fondante di un “Contratto Sociale” fra gli individui di una comunità umana, geografica e politica.

fantasma-del-precario Nei giorni scorsi, a firma “lu Mazzemarèlle”, abbiamo pubblicato una nota di considerazione politica, non che di minima quanto civile invettiva rivolta alla Ministra alla Pubblica Funzione, M. Madia, quale esemplare rappresentante del governo di ieri e del replicante di oggi. Una sottintesa condanna in generale nei confronti dei politici che non da oggi e comunque ancora, anno dopo anno, con normative solo formalmente legali, tengono molti giovani e non più giovani, nell’assoluta o ricorrente “precarietà” occupazionale, in una drammatica quanto insostenibile incertezza di vita.

A tale basilare osservazione occorre farne seguire delle altre. Nulla di particolarmente originale, sia ben chiaro, poiché quanto qui esplicito è nel pensiero di tanti, ma che a porlo in chiaro, e sia pure a ripeterlo, è utile politicamente quanto socialmente. Altrettanto doveroso nella e per la Comunicazione.

In Italia, per restare alla concretezza e alla conoscenza di quel che accade nel nostro Paese, mentre le Istituzioni e i privati profittatori (leggansi: cooperative, associazioni, mediatori, cooperatori e pseudo volontari, o altrimenti denominati) si occupano di accogliere e accudire (più o meno male), con spese rilevanti e difficoltà varie indotte sulle popolazioni e in ciascun territorio, gente nominalmente o pretestuosamente definita “profuga”, tanti nostri concittadini hanno vita quotidiana e in prospettiva penosamente incerta e per vari aspetti dannosa.
E’ indecente e indicibile che lo Stato italiano (stato di diritto possibilmente, e di frontiera legittimamente al pari di altri), per dirla con espressione popolare ma efficace, si faccia prendere per il naso da chi approfitta delle guerre che disgraziatamente si combattono nel mondo (ma non in tutti i luoghi, paesi e regioni) per entrare e restare nelle nazioni diverse dalle proprie con l’espediente, seppur rischioso, di “farsi salvare in mare”, e passare così impunemente “la frontiera”, quella barriera geo-civile che ogni stato e nazione ha diritto di avere e conservare.

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Questo discorso non vuol dire essere “insensibili”, indifferenti ai mali del mondo, a chi sulla terra è afflitto da miseria e fame oltre che da vessazioni e prepotenze di chi ha potere, e men che mai scioccamente “razzisti”, giacché tutti capiamo che le varie identità possono essere un valore anche in un ordinato mondo globale. Osservare e dolersi di quanto qui annotiamo, non vuol dire un aiuto umanitario per chi soffre o è nell’indigenza, economica se non addirittura esistenziale anche in paesi stranieri, ma un considerare gli eventi e le situazioni, nazionali e mondiali, con realismo e ragione, al fine di tutelare chiunque e tutti, ivi compreso coloro che teoricamente “accolti” finiscono con il vivere, nei centri di primo alloggio e poi da clandestini, anch’essi nella precarietà esistenziale, vittime e insieme attori del disordine sociale e morale, se non protagonisti di varia criminalità.

Ciò detto, è del tutto incontrovertibile e legittima la comune osservazione (e, per chi ne subisce le conseguenze, la pena) che il nostro Stato, con la classe politica oggi al potere, mentre si dice o vuol apparire “umano e cristiano”, “contro le barriere”, “solidale e accogliente”, allo stesso tempo e al contrario, … “misericordioso” (quantomeno in termini morali) ma soprattutto giusto non si dimostra verso il proprio popolo. Non provvede o non abbastanza affinché ciascun cittadino abbia in il modo e i mezzi per vivere in umanità e civiltà, o possibilmente nel benessere e sviluppo che pur si ha diritto di chiedere e auspicare per sé e per la propria famiglia. Insomma alla nostra gente – di là dell’inevitabile ma contingente confronto con il fenomeno della crescente e incontrollata immigrazione, di cui pur occorre occuparsi – è così negata la realizzazione del Bene Comune (e ‘comune’ deve voler significare “di tutti”), quel che costituisce il primo e fondamentale diritto-dovere da perseguire e ottenere da una Comunità di uomini che si costituisce come Nazione e per essa come Stato.

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Mancando la realizzazione o perlomeno il perseguimento di tale Bene, viene meno la  motivazione stessa per la quale un essere umano scelga e accetti di vivere socialmente, e che nella comunità di cui diviene membro debba sottoporsi a vincoli e leggi. Princìpi e regole che comunque devono essere imposte a chiunque viva e provenga, quale che sia il modo o lo scopo, in un territorio o Paese; benefici e sostegni che devono essere equamente distribuiti e concessi, opportunità e vantaggi economici e sociali da cui nessuno dev’essere escluso. Ovviamente, non perché lo Stato deve farsi normativamente “assistenziale” (com’è nella fallita idea socialcomunista), ma in quanto ha il dovere – di principio e costituzionale –  di realizzare, con i tributi non solo finanziari che ciascuno corrisponde, condizioni socio-politiche e amministrative che permettano a ciascuno di realizzarsi, con lavoro e merito, acquisito e riconosciuto, come legittimamente può e desidera.

La libertà – diritto primo e fondamentale dell’essere umano – non è uno straccio al vento di vario colore ma sostanza attiva, in altre parole: possibilità e realizzazione dell’affrancamento, materiale e non solo, dal bisogno. E libero – come ebbe a sostenere Jean-Jacques Rousseau e gli altri pensatori dell’Illuminismo, un uomo può esserlo e soprattutto divenire con un “contratto sociale” giusto nei princìpi, equo e solidale, in virtù degli strumenti che chi governa realizza e pone in campo (occorre ripeterlo) per il comune e universale progetto di vita, a cominciare, o comunque senz’altro, per i membri di una determinata e identitaria Comunità civile e sociale. 

Giuseppe F. Pollutri

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