Pronto Soccorso. Cercasi disperatamente un’adeguata “sala dolenti” !

Lettera a Qui Quotidiano

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Caro Direttore,
giacché l’argomento si presenta anche da noi di attualità – ammoniti, se necessario, dal triste e grave episodio di recente verificatosi al San Camillo-Forlanini di Roma, dove un uomo anziano “dopo 56 ore, passate interamente in pronto soccorso, nonostante fosse malato oncologico terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi”, come ha denunciato il figlio in una lettera alla ministra della Salute, è stato lasciato morire “senza umana dignità” – mi sono convinto di riportare utilmente all’attenzione della pubblica opinione quanto segnalatomi da un amico.

A Vasto in vacanza, a fine estate, tale persona ha dovuto far ricorso al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Pio. Un caso umano e sanitario, il suo, caratterizzato da un intervento da parte della struttura di sanità pubblica sostanzialmente risolutivo del suo improvviso e acuto stato di malessere, ma che, nondimeno, è stato caratterizzato da una assai spiacevole e deprimente prima degenza in attesa delle cure di “pronto” soccorso. Di certo non è da citarsi come esempio di “malasanità” come quello romano, ma ugualmente ‘denuncia’ proprio ciò di cui le strutture sanitarie di primo livello avrebbero bisogno di dotarsi, ma in molti casi appaiono carenti. Un deficit strutturale che, sebbene non dipenda direttamente dal personale medico e infermieristico in servizio, a mio avviso genera, purtroppo, negli stessi operatori una deleteria assuefazione a situazioni logistico-sanitarie che non sono da ritenersi ‘normali’. Né, tanto meno accettabili, se l’obiettivo civile e umano da perseguire dev’essere un’assistenza che veda nel malato pur sempre una “persona”, un soggetto che merita rispetto, anche nel momento in cui diviene “un paziente”.

triageDi là della particolare gravità del caso romano – mi ha raccontato il protagonista della vicenda – nell’Ospedale di Vasto, dopo la prima accettazione e valutazione del mio caso come “urgente” (codice “2” del vigente triage infermieristico), in attesa di essere sottoposto alle prestazioni diagnostico-terapeutiche necessarie (peraltro – sia chiaro – ricevute poi in reparto in maniera completa e professionale!) sono rimasto per una buona mezzora o forse più su una barella, accanto ad un muro, in un corridoio di transito, investito da correnti d’aria, solo e sofferente in un andirivieni e vocio di gente diversa: personale medico e infermieristico, autisti e barellieri delle ambulanze, famigliari degli ammalati lì transitanti …, senza che qualcuno avesse uno sguardo di attenzione per il mio stato di accentuata sofferenza, una parola, una rassicurazione. Una sensazione psichica e ambientale di abbandono orribile, finché una giovane infermiera in transito (per una personale e particolare sensibilità, io credo) accostandosi e prendendomi la mano che istintivamente agitavo per chiedere aiuto, mi ha tranquillizzato dicendomi che il mio turno per l’intervento dei medici sarebbe stato prossimo e breve.

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Un ‘piccolo’ episodio questo, Direttore, ma sintomatico di un di un deficit ospedaliero (uno fra i tanti, come in altri luoghi si può immaginare avvenga) che mette in luce proprio lo specifico guasto che accomuna, fatte le debite proporzioni, l’Ospedale di Vasto a quello romano sopra citato.  Vale a dire la mancanza o l’insufficienza di una “sala dolenti”, capiente, organizzata secondo il detto “triage” e presidiata dal personale sanitario necessario, nella quale il malato possa sostare, dignitosamente e con tutta la riservatezza dovuta, in attesa delle prime e impellenti cure, o il trasferimento in ricovero presso gli specifici Reparti ospedalieri.

Completo la mia scrittura con l’informazione, fornita dalla trasmissione radio in cui veniva ripresa e illustrata la triste vicenda avutasi al “San Camillo” di Roma. Il nosocomio romano, a detta del suo Direttore Sanitario, consapevole della propria inadeguatezza in materia e della necessità di intervenire, si è attivato già da qualche tempo (… seppure “con gli inevitabili i ritardi del caso”) per ampliare la disponibilità dei definiti “posti letto in OBI”.
C’è da augurarsi (ma ovviamente non basta, come Lei sa bene) che – in attesa che la ricorrente promessa elettorale di un nuovo ospedale del vastese divenga realtà e non miraggio, o noto “specchietto per” – anche a Vasto il Pronto Soccorso si attrezzi, quale che sia la soluzione strutturale possibile, per tale e nulla affatto trascurabile necessità.

(lettera firmata)
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– Il Pronto soccorso made in Italy è lo specchio della sanità pubblica italiana. I pazienti giudicano nel complesso “buona” l’assistenza sanitaria ricevuta, ma restano grossi buchi sia dal punto di vista organizzativo che da quello dell’accoglienza. È quanto emerge dal rapporto “Lo stato di salute dei Pronto soccorso italiani” (2015), presentato dopo un’indagine condotta dal Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva e dalla Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu).

Il focus a 360° ha riguardato tutti gli ambiti con cui un cittadino si confronta nel suo approccio all’emergenza: dall’attenzione alla privacy e alla riservatezza; dalle procedure di comunicazione tra struttura sanitaria, operatori e familiari a, come detto, l’attenzione al dolore in tutte le tappe del percorso. Fino alla presenza di percorsi dedicati per le persone fragili o di spazi dignitosi dedicati al fine vita.

– Il Pronto soccorso rappresenta per i cittadini un punto di riferimento irrinunciabile e nel quale nutrono fiducia. È necessario però investirci e migliorarlo per renderlo più accessibile e umano. Si inizi adottando in tutte le strutture la Carta dei Diritti al Pronto Soccorso e rispettando le leggi: va garantita in tutti i Ps l’attivazione di letti di Osservazione breve intensiva previsti dal Decreto 70 del 2015 sugli standard ospedalieri, ancora oggi non disponibili in tutti gli ospedali.

(da www.sanita24.ilsole24ore.com)