Aedificare necesse est. Per la civiltà e il progresso

Riflessioni, considerazioni e auspìci

Necesse est igitur quod aedificare sit actus aedificabilis. (S. Tommaso). Vale a dire, di là della traduzione letterale, che per l’uomo (civile e cittadino) “aedificare” è una necessità.

1. Di recente, in una mostra storico-iconica a Roma, ho potuto guardare per così dire ‘srotolato’ e dunque del tutto leggibile quel che narra la Colonna Traiana (113 d.C.). Una vicenda questa come altre della romanità che restano documentate nella loro esemplarità: l’espandersi di una civiltà fatta di conquiste, ma anche e necessariamente di organizzazione sociale, di “costruzioni” varie conseguentemente. Nella detta Colonna è ben illustrata (si vedano le immagini qui riportate) con quale straordinaria consequenzialità i soldati romani, imposta la potestà dell’Aquila di Roma con il gladio, ponevano nei territori conquistati le basi della civiltà, prima che con il “libro”, con il mattone e la pietra, erigendo edifici, pubblici e privati, domus per la gente e le varie genti, templi per il culto della/delle divinità. Quale che fosse la lingua e il gergo dei popoli, quali che fossero i nomi degli “dèi” e dei governanti, era l’aedificare un gettare basi solide e funzionali per una vita civilmente comunitaria. Non a caso i barbari, in particolare del nord germanico e anglosassone, gente rimasta nelle foreste, al più ai tuguri di paglia, quando irruppero con le armi nei territori romani, almeno nei primi tempi, non fecero altro che rovine di ciò che trovarono ‘costruito’, procurando distruzione e decadenza dei territori in cui si erano imposti.

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2. Senza andare sin al tempo dell’aedificare in Histonio, di cui oggi riteniamo preziosi i reperti e i sempre nuovi ritrovamenti, per il loro valore di testimonianza di civiltà umana e urbana, di là dei Palazzi e/o del Palazzo D’Avalos dei secoli meno remoti, una storia ‘edile’ popolare nel Guasto (Castellum Aymonis) trova importanti e lodevoli segnali, di volontà, progetti e costruzioni nel principio del novecento, con l’amministrazione cittadina di Luigi Nasci, con la quale la città “cambia volto”. “Sostanziali mutamenti intervengono nel suo tessuto insediativi e architettonico: la forma urbis cambia notevolmente, (…) è soprattutto il centro storico a subire trasformazioni (…) gli fanno assumere l’aspetto con cui esso si presenta ancora oggi”. (Costantino Felice, Vasto – Soria di una città). In tale topico momento non solo l’antica Corsea, da angusto “vicolo” viene ridisegnato, sia pure con demolizioni e “sventramenti”, ma prende a svilupparsi l’ideazione e il concreto disegno urbanistico di tutta l’area antistante e a monte del Palazzo Palmieri, prima con la Piazza e il monumento dedicati al “vate cittadino”, Gabriele Rossetti, e poi con lo sviluppo edilizio e urbano lungo l’asse di quel che diverrà Corso Italia, unitamente a un ampliamento dell’illuminazione elettrica, alla realizzazione del per lungo tempo atteso acquedotto. Un fervore di opere di tale tempo giolittiano che proseguì ed anzi si intensificò nei decenni successivi ad opera del fervore di opere del tempo fascista, nel quale lo squallore dominante delle abitazioni, sia urbane che contadine, eredità di un Vasto dell’ottocento, fu ritenuto non più tollerabile, non solo da parte dei governanti, ma da tutta la società civile. E questo non solo nel centro storico, ma anche nel diverse contrade essenzialmente agricole, e in particolare, sia pure con malintesi e contrasti, nel “Rione Marina”, con la costruzione di abitazioni attorno alla Stazione ferroviaria e poi di villini in adiacenza alla spiaggia, di cui si cominciava a prefigurare un possibile sviluppo balneare. Un prezioso tempo storico, insomma, di cui oggi nessuno ha più da dolersi, dovuto al consorzio di uomini che vollero e progettarono, sia pure con non pochi limiti di fondi, una Vasto “più nobile”, non solo nei palazzi della borghesia possidente e  detentrice del potere, ma non meno nelle abitazioni che oggi diciamo “civili”, nelle quali e con le quali una esistenza dignitosa è non solo desiderata, ma resa possibile a fasce di popolazioni sempre più ampie.

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3. Nei decenni successivi alla fine della II guerra mondiale, nel vastese indiscutibilmente si realizzò un tempo di progressivo e maggiore benessere per la popolazione, in particolare conseguenza dell’insediamento nel territorio di importanti attività industriali. Al tempo stesso, Vasto (Comune e città) ha conosciuto un periodo di stagnazione (si direbbe una “dormienza”, incoscientemente beata), una permeante sciatteria e mediocrità ad opera di una classe soltanto teoricamente ‘dirigente’ che, in nome e per mezzo di un popolarismo ideologicamente quanto facilmente egemonico, ha tenuto imbrigliata e resa asfittica ogni spinta ad un rinnovato sviluppo cittadino. In tale contesto, negli anni novanta, un sindaco idealmente erede nelle sue convinzioni politiche sia della destra liberale che di quella che, di là delle malaugurate storture totalitarie, ebbero a informare le istituzioni e la società civile anteguerra, ebbe l’idea, e a lui va dato il merito, di pensare e voler ‘costruire’ una Vasto che ritrovasse ancora voglia di cambiamento nel progresso e nella modernità. Giuseppe Tagliente, sindaco per due mandati popolari, in tale nuovo impulso dato alle istituzioni e all’impresa privata, a mezzo di un nuovo Piano Regolatore Generale, ha fornito allo sviluppo demografico in atto e preventivabile il proprio, sia pur nuovo, luogo urbano. Alla ‘gente’ ha reso possibile l’acquisizione di una ‘domus’ adeguata, in termini edilizi e dei servizi igienico-abitativo, agli standard più evoluti della società moderna e contemporanea.
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4. Un idea di sviluppo urbano, sociale non meno, quella del politico Tagliente, su cui è ragionevolmente prematuro esprimere giudizi storici, di là dei sommari e poco avveduti che circolano, chiaramente espressi per una aberrante e capziosa propaganda di parte avversa. Ma, laddove, di questo rinnovato periodo di incremento edilizio, che idealmente riprese lo spirito di rinnovamento ed ampliamento urbano della prima metà del sec. XX, si vuol considerare l’oggettiva positività e il beneficio dato, sia alle nuove generazioni vastesi, sia ai forestieri che attratti e incantati dal nostro “golfo d’oro” a Vasto hanno voluto acquisire e tenere una seconda casa per la vacanza, il voler denunciare come di per sé negativo quel Piano Urbano allora varato (e mai cambiato da altre critiche, quanto irrisolute e ipocrite, forze politiche) è palesemente ipocrita e improduttivo. Le sopravvenute Amministrazioni comunali, nel loro connubio compromissorio e civicamente letargico delle sinistre marxiste e socialiste con i vecchi e nuovi “popolari” democristiani , per bloccare lo sviluppo urbano ‘esterno’ ha riportato in auge il meschino e immobilizzante principio teorico del “non più consumo del territorio”, unitamente all’altro chiacchierato sempre, ma mai portato a termine, “recupero del centro storico”. Una città “incartata” su se stessa, è stato detto, in declino in termini politici regionali.

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5. Oggi una nuova Vasto, che nei suoi quartieri, a nord e a sud, danno l’immagine di un Municipio-Castellum che vuol essere realmente “Città”, sia pure all’interno di una crisi economica e sociale di livello nazionale e generazionale, desidera non solo “la ripresa” dei precedenti esempi di ammodernamento, quanto un nuovo ‘destino’ del territorio, nelle suoi vari aspetti insediativi, per il ben-essere di chi in essa dimora. Mentre per meschine opposizioni elettoral-politiche si dà del “devastatore” della città e persino dell’Ambiente al già sindaco Tagliente, molti degli stessi accusatori e denigratori, magari i figli e nipoti, godibilmente abitano palazzi e appartamenti costruiti in virtù del vituperato, ma a lungo atteso, nuovo strumento urbanistico. Si dà il caso che questo è, verificabile con anagrafe e stradario alla mano, mentre una nuova urgenza si pone e non è più rinviabile: lo spopolamento e la rattristante desertificazione del Centro città, nonostante i vanagloriosi e inattuali ‘progetti’ del centrosinistra, nei quali la prospettiva di ammodernamento degli edifici, secondo criteri ed esigenze modernamente civili, si limita a permettere nella propria casa, o in un edificio che si voglia acquistare per tornare a vivere in Centro, soltanto interventi  “di facciata”. Talvolta neppure questi.
Chiaramente, nessuno per l’innanzi desidera tornare ai vituperati, e peraltro all’epoca utili e funzionali demolizioni del tempo Nasci, ma anche qui, in Centro, sia pure in un tempo in cui si ha una nuova sensibilità per la conservazione di ciò che è autenticamente storico e non semplicemente vecchio, occorrerà che si dia mano all’opera edile, ben orientata e regolata, in grado di assicurare agli abitanti le nuove esigenze della modernità, senza stravolgere l’identità storica del manufatto architettonico e delle caratteristiche urbane del luogo. Non serve essere urbanisti per capire, ragionevolmente, che soltanto così si può pensare a un “centro storico” che torni ad essere abitato e vissuto, abitualmente e non solo per gli eventi culturali, religiosi e turistico-ricreativi. Non più, ma non meno dei nuovi quartieri meritevolmente “edificati” in città, a beneficio della Città del Vasto che fu Histonium, dei suoi residenti e dei suoi graditi ospiti.

Giuseppe F. Pollutri

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