1946-DUE GIUGNO-2016 .

Giovedì 2 Giugno ricorre il LXX° Anniversario del REFERENDUM ISTITUZIONALE che doveva segnare, in maniera fraudolenta e maramaldesca, l’avvento della REPUBBLICA ITALIANA. A proposito, dei sei Partiti che componevano il Governo che preparò la legge sulla consultazione referendaria (anno 1946), quattro erano di Sinistra e repubblicani dichiarati, gli altri due si comportarono (a livello di vertice) ambiguamente (Democrazia Cristiana e Partito Liberale Italiano); dei diciannove membri del Governo, ben dodici erano di Sinistra ed occupavano dei posti chiave (alla Giustizia: il comunista Palmiro Togliatti, agli Interni: il socialista Giuseppe Romita). La proposta di legge sul Referendum Istituzionale fu approvata dalla Consulta Nazionale con 172 voti favorevoli, 50 contrari; oltre 100 gli assenti. Torniamo, per qualche istante, all’imminente “Settantesimo Genetliaco Repubblicano”. Abbiamo modo di seguire (ad abundantiam) trasmissioni radiotelevisive, ascoltare discorsi e leggere manifesti ufficiali tutti magnificanti il grande evento considerandolo come l’ultima tappa della “Resistenza” ed ancor più, con evidentissimo errore ed altrettanto facile conformismo dei tempi, come l’epilogo del Risorgimento che si compì (invece!) novantotto anni fa con la resistenza sul Piave e con lo straordinario miracolo della vittoria di Vittorio Veneto di cui la Monarchia Sabauda e il Popolo Italiano furono i comuni artefici. Dell’avvento della Repubblica è doveroso ricordare non solo quel periodo drammatico della Storia d’Italia uscita da una guerra perduta e da una sanguinosa lotta civile, con gli odii non spenti e gli animi ancora esacerbati per una non equa, non serena, non obiettiva consultazione, ma giova anche richiamare alla nostra memoria i dati di quel frettoloso Referendum Istituzionale che costituiscono – ancora oggi – un grosso punto interrogativo per la validità del medesimo. Non è possibile dimenticare che 4 milioni di Italiani di Trieste, della Venezia Giulia, della provincia di Bolzano, oltre ai prigionieri di guerra non rientrati, agli epurati fascisti ed agli esclusi per i più varii motivi, non poterono votare. Non è giusto dimenticare la impossibilità, in tante zone d’Italia, di poter svolgere una adeguata propaganda a favore dell’Istituto Monarchico, per le violenze, le sopraffazioni, le minacce, i ricatti della parte avversa alla Monarchia che servirono egregiamente ad intimorire quanti avrebbero, in una libera competizione, deciso altrimenti dei destini della Patria. I risultati di quelle votazioni sono poi pur essi un mistero. Se gli aventi diritto al voto erano in quel tempo 21 milioni, come giudicare la somma delle parti in lizza? La Monarchia ebbe 10.719.284 di suffragi, la Repubblica ebbe 12.717.923 di voti mentre i voti considerati nulli furono 1.498.136. Come vennero fuori i quasi quattro milioni in più di elettori? Nonostante tutto la maggioranza repubblicana risultò esigua. Se si considera la maggioranza legale, la Repubblica ebbe solo 250.251 voti in più della Monarchia. Tale cifra, infatti, si ottiene sottraendo i voti riportati dalla Repubblica con la metà dei votanti. Questo è infatti il vero residuo. Ma tale maggioranza poteva ancora diminuire. Esisteva un numero imponente di ricorsi, ma la gran parte di essi era inammissibile perchè giunta fuori termine, e molti esulavano dalla competenza della Corte di Cassazione, altri contenevano affermazioni difficili a controllarsi, dato il tempo ristretto concesso alle operazioni. Basta controllare i cinegiornali, leggere i periodici e i quotidiani dell’epoca referendaria istituzionale per rivedere nuovamente riaffiorare i dubbi ed i punti oscuri di quella lontana consultazione. Nonostante tutto, mezza Italia – almeno – aveva, malgrado il clima rovente di generale turbamento degli spiriti, riconfermato con il proprio voto la fedeltà al Re ed a Casa Savoia artefice, oltre che dell’Unità d’Italia, anche della Liberazione che – pure – aveva salvato in extremis i frutti di quella Unità. E ancora un atto illegale fu compiuto quando il 13 giugno 1946 il Governo (presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi) assunse i pieni poteri, togliendoli alla Corona, prima ancora che la Repubblica fosse effettivamente proclamata e prima che i risultati – veramente controllati e definitivi – fossero resi ufficiali. Lo spettro della guerra civile aleggiò ancora sull’Italia. Sua Maestà il Re Umberto II (1), nonostante l’avviso contrario dei più preferì abbandonare il suolo della Patria prima che altro sangue italiano fosse sparso. Casa Savoia ancora una volta, a meno di un secolo di distanza, conosceva la via dell’Esilio, non quella del disonore! La Repubblica quasi nasceva per decreto reale!!! Un’ultima digressione. Dopo i vari colpi di scena, i numerosi ricorsi furono definitivamente respinti in blocco il 18 giugno e il primo luglio fu proclamato Presidente il “monarchico” Enrico De Nicola (2). A settant’anni anni di distanza, lo Stato che il Regno Sabaudo ci aveva lasciato integro nelle sue strutture, nelle sue grandi capriate, nonostante una guerra disastrosa, è in crisi e la stessa Unità morale e materiale del nostro Popolo è seriamente minacciata da uno scriteriato regionalismo anarcoide e dal lento ma inesorabile progredire di mille apocalittiche emergenze oltre a quella degli sbarchi di profughi e migranti economici! Questa è la realtà attuale che non bisogna disconoscere, questa è la verità che nessuno deve ignorare. Si nasconde agli Italiani la realtà della situazione che è ben diversa da quella incorniciata dai “Soloni e Reggitori” pseudodemocratici della nostra Nazione. Il Regime voluto da Pietro Nenni (3), da Palmiro Togliatti (cittadino russo!), da Randolfo Pacciardi (4), da Alcide De Gasperi (5) e costituito a forza dall’allora Ministro degli Interni (marxista e repubblicano) Giuseppe Romita (6), ci ha portati alle soglie di una vera e propria dittatura (molto “soft”, questo è vero!) retta da oligarchi tecnocratici (alcuni cinici, altri più o meno in buona fede) alle prese, tuttavia, con le rispettive inconfessabili “sudditanze infernali” nei confronti delle varie consorterie economico-finanziarie targate “Alta Finanza Internazionale”. Prosit, Signora Repubblica!

 

/// ANNOTAZIONI ///

  • (1) – Muore in esilio, settantanovenne, il 18 marzo 1983. Quarto ed ultimo Sovrano d’Italia. Appartenente alla Dinastia Reale più antica d’Europa e Legittimo Erede dell’Imperial Stirpe dei Paleologo di Bisanzio, discendeva (attraverso sua madre, la Regina Elena) dal Console romano Publio Sempronio Sofo (anno 304 a.C.).
  • (2) – Muore, a 82 anni, il primo ottobre 1959. I° Presidente della Repubblica Italiana (1946-1948).
  • (3) – “O la Repubblica o il caos”. Suo questo tragicomico slogan elettorale urlato durante la campagna referendaria del 2 giugno 1946. Grazie al “Duce” Nenni (premio Stalin, anche se poi restituito), quindi, l’Italia dovette sciropparsi la Repubblica ed anche il Caos!
  • (4) – Classe 1899. Scomparso il 14 aprile 1991. Nel 1963, in rotta di collisione con il leader repubblicano Ugo La Malfa, abbandona il PRI e fonda il movimento NUOVA REPUBBLICA.
  • (5) – Muore, a 73 anni, il 19 agosto 1954. Pare che i suoi rapporti con il grande don Luigi Sturzo (già fondatore, nel 1919, del Partito Popolare Italiano), a partire dal 1952, si fossero molto intiepiditi a motivo dell’infelice frase degasperiana “La Democrazia Cristiana è un partito di centro che guarda a sinistra”!
  • (6) – Muore, a 71 anni, il 15 marzo 1958. Un anonimo ingegnere piemontese malamente prestato alla politica!

Tiberio Occhionero