Le basi neuroscientifiche della Politica. Intervista al prof. Guido Brunetti

renzidi Giuseppe Catania

Mentre a Vasto e in altre città, si accende la battaglia per la poltrona di sindaco con l’incubo astensionismo, la politica non è che stia attraversando una fase esaltante. I giudizi sono impietosi: disaffezione, indignazione, disgusto. Prima di addentrarci nell’affascinante tema delle basi neuro scientifiche della politica e del linguaggio dei politici, abbiamo chiesto al professor Guido Brunetti una sua prima valutazione.

“Da una realistica analisi, emerge- spiega Brunetti in questa intervista, come sempre chiara, documentata e di grande respiro culturale e scientifico- un quadro politico internazionale instabile, scandito da un senso di insicurezza, ansia e sfiducia che serpeggia dovunque.

Oggi, le democrazie avanzate attraversano forti conflitti e soffrono di sintomi convulsivi. C’è un malessere diffuso e i rischi sono molteplici. Il sistema politico appare affetto dalla sindrome masochistica, da una malattia  autodistruttiva. Cresce la strategia della delegittimazione reciproca.  Una frattura progressiva tra politica e cittadino, il quale vive una condizione ansiogena. Sale il divario tra Paese reale e Paese legale. Un fenomeno non fisiologico, ma patologico, che riguarda tutte le fragili forze politiche.

In Italia, a causa della crisi politica, economica e morale, il malessere dei cittadini- come concorda l’ illustre giurista Sabino Cassese-  ‘è più accentuato’, perché non funzionano male solo i ‘rami alti’, ma anche i ‘rami bassi’ delle istituzioni, scuole, ospedali, università, trasporti, strade, giustizia. Uno spirito contrario alla politica  aleggia in Italia, Francia, Spagna e ora anche negli Stati Uniti. In Europa  si sente forte il bisogno di un sistema politico autorevole, capace di superare  vecchi modelli. Priva di leadership, definita un’Europa politica di ‘nani’,  molti la stanno spingendo verso il burrone del ‘disfacimento’, tradendo  il magistero morale e i grandi ideali propugnati dai padri fondatori dell’Unione Europea.

La società ‘aperta’, teorizzata da Popper e già intuita da Benedetto Croce, è caratterizzata da conflitto, competizione, individualismo e concorrenza, non sempre disponibile ad autocorreggersi”.

Una situazione confusa, qual è il contributo delle neuroscienze?

  “In questi ultimi anni, le neuroscienze hanno compiuto meravigliosi progressi in medicina, psichiatria e in altri molteplici settori, dando vita a numerose discipline, come ad esempio la neuropolitica. Un campo di ricerca su rappresentazioni mentali, comportamenti e tematiche che rivestono significato politico.

La politica, le scelte e gli errori dei politici sono destinati a condizionare i comportamenti di milioni di persone. Poiché i politici ignorano i meccanismi e i sistemi neuronali che governano il funzionamento del cervello e della mente, le scelte vengono effettuate spesso in base a spinte emozionali, motivazioni elettorali o a caso.   Le possibilità di errori inoltre possono aumentare a causa di disturbi emotivi o patologie varie, come dimostrano numerosi casi celebri, da Alessandro Magno, Napoleone, Bismarck e Churchill a Stalin, Hitler e John Kennedy. Molteplici poi i sintomi di ansia, depressione e disturbi della personalità, accompagnati talora da scatti di vanità e narcisismo presenti in taluni politici e politicanti. I quali pensano di modificare la loro ‘immagine’ e mascherare i propri limiti non realizzando cose positive e virtuose, ma circondandosi di qualche fedelissimo, se possibile servile,  saccente , saputello (ostentando cioè senza vergogna un sapere che non si ha), che distribuisca comunicati ‘al miele’, privi di contenuti, pieni di irritanti  banalità e ovvietà, e  impreziositi con errori grammaticali e sintattici. Già i sofisti avevano  formulato la teoria della falsa politica della parola che serve non a informare, ma a ‘prevalere’ sugli altri. L’ignoranza, ha sostenuto Arturo Graf, assai volte è altezzosa e caparbia. In politica l’errore, per Talleyrand, è anche peggio del crimine”.

La politica in sostanza tende ad ignorare la cultura

“La politica- ha dichiarato al riguardo la scienziata e parlamentare Ilaria Capua- ‘ignora’ la cultura  e se ne occupa solo quando può essere strumentalizzata per accontentare un bacino elettorale o per esibizionismo. I politici però si considerano ‘tutti esperti e tutti scienziati’. C’è invece -ha aggiunto-  ‘pressapochismo e ignoranza’. Ecco come un deputato tempo fa ‘deliziò’ i colleghi: ‘Il carcere è un benidenziario, non è un villaggio da vaganza. Si deve scondare la sua pena per scritta! Che gli aspetta. Lo sapeva prima fare il reato. Io ritengo di non oscire prima della sua pena erogata. Grazie’. ‘Grazie a lei’, ha chiosato lo scrittore Stella. Amara la conclusione del filosofo Cacciari: ‘Sta diventando opzionale tutto ciò che dà una prospettiva critica. La classe politica diventa ogni giorno più ignorante. E’ una tendenza generale, non solo italiana. Un processo irreversibile’. Un giudizio, quello del professor Cacciari, tranchant e impietoso, ma indicativo del fatto  che tra i difetti degli italiani, uno dei più gravi  è l’incultura. Si legge poco o nulla. Riviste, giornali, radio e tivù esibiscono ‘porno soft, volgarità, esibizioni di mostri da fiera paesana (Grasso). Una tv che più trash non si può’. Un linguaggio che ‘scende negli abissi della trivialità’. L’aspetto indecente di questa situazione è che certi programmi vengono spacciati per ‘laboratorio antropologico e culturale’!

Il politico? Per noi, c’è il politico che ha qualità intellettive, morali e carisma; c’è poi il politico che ha bisogno di cultura, formazione e motivazione per affermarsi; c’è infine il politico che non ha cultura e qualità umane, intellettive e morali, ed è destinato quindi a rimanere  nella tipologia  mediocrity”. Rimane solo una ‘maschera’, per usare un termine caro a Cechov.

La politica come espressione del comportamento, cioè del cervello. E’ così?

“La grande tradizione del pensiero occidentale- risponde il professor Brunetti- da Platone e Aristotele sino agli autori moderni e contemporanei, mostra l’esistenza di una costante interazione fra cervello, società e politica. E’ soltanto alla fine del Novecento che la politica diventa un campo d’indagine delle nuove neuroscienze.

I neuro scienziati dispongono di sofisticati metodi per comprendere il comportamento e la personalità dell’uomo politico, ossia capire i sistemi cerebrali di un individuo impegnato in attività politica. I risultati delle esperienze cliniche e delle ricerche forniscono inoltre nuovi punti di riferimento per costruire programmi politici, rispondere ai bisogni e alle necessità individuali e collettive, e individuare congruenti piani  per assicurare un futuro più umano e sicuro.

Le nuove neuroscienze, inoltre, possono fornire un prezioso contributo allo sviluppo e alla diffusione degli studi politici, approfondendo rappresentazioni mentali, comportamenti, idee, sentimenti e linguaggi dei politici.

Invero, il primo trattato sui processi cognitivi è il ‘De Anima’ di Aristotele. Il cervello -dice- non è solo ‘causa motrice’ del vivente, ma anche ‘causa finale’, condizione primaria del finalismo del mondo umano. Nel suo libro ‘La Repubblica’,  anche Platone afferma che la costruzione dello Stato è determinata dalla mente umana. Disturbi emotivi e psichiatrici, confusione mentale -aggiunge- possono portare alla ‘degenerazione’ dell’individuo e quindi alla ‘degenerazione’ della realtà politica. Il padre della filosofia occidentale assegna alla politica una funzione alta, una funzione maieutica e pedagogica. Il vero politico è il saggio che conosce ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo e la società. La politica dunque come scienza del bene comune, e non un’élite  convinta da Wagner, Bismarck e altri di dover ‘educare’ categorie inferiori alle proprie idee e ai propri interessi. Lo Stato è perciò una sorta di proiezione della psyché umana, la polis è un ‘ingrandimento’ dell’uomo e della sua anima”.

 

Quali sono gli elementi che creano la coesione di un sistema politico?

“ A garantire la coesione sono la legge e il potere. Che non sempre sono sufficienti. Secondo una concezione che parte da Tucidide a Platone, Aristotele, Livio e Machiavelli e giunge sino agli autori contemporanei con il filosofo e giurista  tedesco Schmitt, la politica ‘coincide’ con la contrapposizione ‘amico-nemico’. ‘Aggregare e difendere’ gli amici e ‘disaggregare e combattere’ i nemici. Questa distinzione è ritenuta ‘una categoria centrale della politica’, il vero fondamento di ogni ‘aggregazione’ e di ogni ‘atto politico’. Il filosofo e teorico del decostruzionismo, Jacques Derrida, sulla scia di Habermas, Bauman, Beck, Heidegger ed altri, osserva che il concetto di democrazia è pensato in primo luogo come ‘forma di amicizia’. Il politico è una figura di ‘fallocentrismo’ e la democrazia è definita sulla base di una politica dell’amicizia. Tutto questo per evitare di creare quegli ‘specialisti senz’anima’ e ‘gaudenti senza cuore’ che Max Weber temeva di dover individuare sempre più numerosi nella società e nella politica contemporanea.

Dal concetto di amicizia, sorge, per Cicerone, la ‘legge dell’amicizia’. Non avanzare richieste ‘immorali’, né esaudirle se richieste. Tutto ciò che accade nella polis, secondo Cicerone, è ‘opera dell’amicizia’.

Di recente, sono state le neuroscienze a dimostrare che la presenza di un nemico serve a ‘coagulare’ le forze di un gruppo attorno ad un capo, a ‘giustificare’ l’aggressività, la ‘persecuzione’ di un altro individuo o gruppo. Il nemico è una figura sulla quale ‘proiettare’ le proprie frustrazioni, i limiti, le nevrosi, le invidie, i deficit intellettuali e morali, le accuse. Al ‘nemico’ vengono attribuite tutte le responsabilità”.

Quali sono gli altri settori  sottoposti ad indagine neuroscientifica?

“Tutte le forme sociali sono da ‘riportarsi’ a processi psichici (Menger). La politica, dal greco polis, riguarda una molteplicità di realtà e richiede un’analisi delle dimensioni neuronali e mentali, ossia dei comportamenti e delle dinamiche personali e interpersonali degli individui. In questa prospettiva, la scienza del cervello fornisce una visione scientifica della natura umana (razionale, irrazionale, inconscia) e della società, coniugando sia gli aspetti soggettivi intraindividuali che quelli legati ai sistemi sociali.

Finora, le neuroscienze e la psicoanalisi hanno indagato le strategie cognitive sui processi di conoscenza, la razionalità delle decisioni e altri numerosi problemi di rilevante interesse politico, come il conflitto, l’aggressività, la psicologia delle masse, l’invidia, la sublimazione, i processi inconsci, irrazionali, emotivi e motivazionali.

In particolare, sono stati affrontati temi riguardanti la dinamica del potere, la formazione delle opinioni e degli atteggiamenti politici, i conflitti sociali, i movimenti collettivi, gli effetti dei vari tipi di autorità, l’influenza di gruppo, il rapporto fra capo e gregario,  chi comanda e chi obbedisce, maggioranza e minoranza, il linguaggio.

Le ricerche poi hanno mostrato come gli uomini politici talora siano indotti a intraprendere l’attività politica in quanto caratterizzati da ‘ansie irrisolte’ relative al proprio Ego,  scarsa stima di sé, narcisismo, ricerca di sicurezza emotiva ed equilibrio psichico”.

“Nello studio dell’individuo- conclude il professor Brunetti- le neuroscienze occupano un ruolo unico e predominante. Tutte le attività delle società, politiche, economiche, scientifiche, artistiche, hanno il loro cardine nell’essere umano. A ciascun comportamento politico, dunque, corrisponde sempre un processo mentale, un mondo interiore fatto di pensieri, sentimenti, linguaggio, aspirazioni, speranze, interessi, utopie, motivazioni, competizione, desideri, odio e amore, invidia, egoismo e altruismo. Il cervello è infatti una mirabile combinazione di bene e male”.

 

(La seconda parte di questa intervista sarà pubblicata nei prossimi giorni ed esaminerà ‘Il linguaggio dei politici’).