Quella carezza di Papà . Roberto Di Iorio: a un anno dalla scomparsa il tenero ricordo della figlia Laura

downloadLa ferita, quella corporale, fa male, tanto male. E mai si rimarginerà. Ma su quella ferita c’è la carezza suprema – ‹‹Dio ci ha accarezzati con la sua misericordia›› ha ricordato di recente Papa Francesco -, carezza da portare agli altri. Papà – è ormai trascorso un anno dalla sua scomparsa – ha fatto suo quel gesto affettuoso, portandolo ai suoi cari, agli altri. Sì, Lui è ancora qui. E sarà sempre nei nostri cuori. Quest’uomo profondamente buono e dotato di una straordinaria carica umana, tradotta nel suo iconico sorriso aperto a tutti, è Roberto Di Iorio, il mio papà. La sua testimonianza di uomo, di cristiano, di militare è quella di chi è sempre stato innamorato della vita, capace anche di affrontarne le spine con la serenità di chi ha una fede granitica.

Ora che il mio carissimo, dolcissimo papà è volato in Cielo, ricordi e immagini scorrono davanti ai miei occhi, in un itinerario a ritroso nel tempo, scandito da persone, luoghi, cose, avvenimenti. Con l’incedere sincrono di tria corda: San Salvo, Ancona e Roma.

San Salvo, le radici: papà e mamma Maria qui sono nati, qui si sono innamorati, qui si sono sposati, per poi costruire la loro salda famiglia ad Ancona, dove siamo nati mio fratello Giovanni ed io, e proseguire il loro cammino di vita insieme a Roma. Papà e mamma, figli di Abruzzesi doc delle più antiche famiglie sansalvesi: Roberto, figlio di Giovanni Di Iorio e di Laura Boschetti e Maria, figlia di Isidoro Artese e di Giuseppina Russo.

Le radici sono sacre, la terra natia rimane nel sangue. Perché, per dirla con Benedetto Croce ‹‹l’abruzzese porta sempre nel cuore il suo paese e la sua gente››. E vi fa ritorno per gli eventi tristia et laeta. Che bello, quando si ritornava a San Salvo tutti insieme in famiglia! Un rito amato, che puntualmente si ripeteva, soprattutto nel periodo delle vacanze estive. Il viaggio in automobile era una festa, con noi piccini che incitavamo papà a premere sull’acceleratore per arrivare più in fretta, per riabbracciare i nostri cari. Sì, il cuore ci batteva forte forte, a mano a mano che ci avvicinavamo alla meta e poi, finalmente, appariva il dolce paesaggio di San Salvo, sospeso tra terra e mare. Mi piaceva – e mi piace – il sapore della terra d’Abruzzi, la sua flora incantevole, che rimanda a rituali ancestrali mai sopiti nel tempo. In particolare, ammiravo fin da piccola la filigrana degli alberi di olivo, che regalava splendidi arabeschi, nel gioco di luci ed ombre con l’azzurro cielo. Uno spettacolo della natura questo, che ancora oggi mi irretisce. Ecco, quell’albero di olivo, ora per me è papà: bello, forte, generoso, devoto alla famiglia e con una forte attenzione verso gli altri. ‹‹Il mio, il nostro Roberto ha lasciato una larga eredità di affetti›› ha da subito commentato mamma con gli occhi velati di commozione, circondati come siamo stati nella casa di Roma dall’affetto palpabile di tanti, parenti, amici, anche semplici conoscenti, appena diffusasi la notizia della scomparsa di papà. Tutti increduli perché, a dispetto della nobile età era sempre sulla breccia, con l’entusiasmo di un giovanotto.

San Salvo: il luogo della memoria rivisitato di continuo nella mente. Mio padre, che aveva lasciato il suo paese nel 1947, appena ventunenne, per entrare nella Guardia di Finanza – inizio della sua carriera di Sottufficiale presso la Scuola Alpina di Predazzo, primi anni nel nord Italia, Brescia in particolare, per poi approdare ad Ancona e a Roma -, puntualmente vi faceva ritorno da scapolo prima, da sposato poi, a sigillo di un legame indissolubile con gli amatissimi genitori, i fratelli Alessandro, Teresa e Maria, i congiunti – suoi e di mamma, oggetto di uguale tenerezza, ad iniziare dalla suocera, “nonna Pina”, i cognati Gabriele e Pietro -, gli amici tutti. E papà, prima di partire aveva vissuto, giovanissimo, la sua San Salvo profondamente negli affetti più cari e nell’apertura al sociale, sensibile ai valori umani e cristiani: seguiva la Dc, era lì, a piazza San Vitale, sul balcone della casa di zio Tommaso Russo, fratello della mia nonna materna, quando – noto episodio di cronaca – tirarono le pietre contro l’onorevole Giuseppe Spataro; fu parrocchiano attivo sotto la guida di Don Oreste Scatozza, nelle fila dell’Azione Cattolica con Don Giuseppe Cinquina e poi con Don Cirillo Piovesan. E papà ha lasciato le sue tracce: che commozione vederlo ricordato nella “Giostra della Memoria”, museo del paese!

Le tappe della sua vita continuarono, sull’onda della professione nell’amatissima Ancona, ‹‹l’altra città del cuore, nido degli affetti››, come chiosava papà, anni felici per la famiglia, pur con la dolorosa prova della lunga e violenta crisi sismica del ’72 (acme 14 giugno, 5,9 scala Richter), dalla quale la Dorica sarebbe risorta senza chiasso e clamori – tipico stile marchigiano -, sotto la guida dell’allora sindaco Alfredo Trifogli, artefice di una sinergia che all’interno comprendeva anche le Fiamme Gialle, papà compreso, “Nec recisa recedit”. Quindi alla volta di Roma, destinazione il Comando Generale della Guardia di Finanza, un  ventennio a coronamento di una lunga carriera che lo ha visto impegnato in delicati ruoli operativi, sempre con grande dedizione e professionalità,. e siglata da Croce d’oro, encomi ed onorificenze. Tanti gli incontri, paradigmatici per papà, quelli ravvicinati con l’allora Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, con Papa Giovanni Paolo II, con Alcide De Gasperi.

E, dopo ben 68 anni, papà è voluto ritornare nella sua San Salvo: neanche per un attimo ha mai pensato di poter abbandonare definitivamente la sua città natale, è lì che ha voluto essere sepolto. Questo ritorno lo ha voluto fortemente – e noi con Lui -, nonostante la cocente delusione per gli espropri subiti: l’area edificabile acquistata, e non a caso, accanto al Palazzo paterno di via San Giuseppe, costruito nel 1933 da mio nonno (nel contempo avrebbe mantenuto la casa nativa nel Quadrilatero, demolita poi negli anni ’60, per dare spazio alla piazza della Chiesa), un dolore grande, insieme all’esproprio che ha colpito mamma, il giardino del Palazzo Artese, di “quelli di don Pietro, il Cavaliere” in corso Garibaldi. Insomma, come essere depauperati delle proprie radici! Assai difficile comprenderne i motivi: mala politica? Politica dello struzzo?

Ma, niente poteva scalfire l’amore per la sua terra, radicato nelle più intime fibre. Ai funerali, officiati da Don Raimondo Artese, ci siamo ritovati tutti insieme – l’abbraccio di San Salvo è stato ed è caloroso e forte –, tutti raccolti sul grande vuoto lasciato da papà, che può trovare una risposta solo nella Fede.

Grazie, carissimo Roberto, per la tua profonda umanità scaldata da un grande cuore, grazie per le tue carezze…

 

Laura Di Iorio

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