La proposta di Severgnini. Dare le nostre terre incolte ai rifugiati

untitledDal momento che per gli italiani il “migrante” è un essere ideale, biblico, definibile soltanto attraverso frasi buoniste che lo identificano come un disperato che fugge da paesi messi a ferro e a fuoco dai rappresentanti del Male, la proposta evangelico-“cheguevarista” di Severgnini di dare loro in proprietà le terre “abbandonate” di Sardegna, Abruzzo, Molise ha una sua logica. Ma occorrerà essere un po’ piu’ concreti: a chi di preciso dare queste terre italiane incolte, che sono il nostro West da conquistare? A quali etnie? Non distinguere tra le fedi religiose dei “rifugiati”? Sarà imperativo evitare di darle a gente che si odia da secoli e che a causa di quegli odi ha trasformato il proprio paese in un mucchio di rovine.

Roma, come Severgnini ha ricordato ai lettori del N.Y Times, dava le terre ai legionari al loro rientro dai campi di battaglia. Ora questi avevano, si’, combattuto, ma per la grandezza di Roma. Oggi rischieremmo di darle a degli stranieri che hanno combattuto, nel nome di Allah, per la grandezza del proprio ceppo, tribu’, clan, setta. Con il rischio che questi nuovi legionari riprendano sul suolo italiano, produttore DOC di odi civili, le loro antiche guerre.

E le case? Insieme coi terreni si dovrebbero dare anche le case ai nostri reduci dall’Africa. E queste non mancano, visto che in Italia quasi nessuno fa figli. Lo stesso Severgnini forse possiede una seconda casa proprio in Sardegna, isola che dice di conoscere benissimo e di amare tantissimo.

Questo grandioso progetto sembra consacrare un nuovo detto: “La terra a chi non la coltiva ma la coltiverà”. Peccato che l’amore per la terra, quando si tratta di dissodarla, non si improvvisi. E chi è stato finora incapace di dissodare i terreni incolti africani, e viene in Italia con  l’intenzione di prendere al piu’ presto la strada per il Nord Europa, stenterà – credo – a trovare la necessaria passione per trasformarsi in agricoltore sardo, abruzzese o  molisano.

Claudio Antonelli (Montréal)