Vasto – La frana del ‘56

VIA DELLE LAME

Stamattina, sul presto, immediato e fulminante, mi è tornato in mente quel “famoso” 22 febbraio di sessanta anni fa: ho telefonato ai miei a Bari, per ricordarglielo ed è bastato un attimo per tornare indietro di sessanta anni, di oggi, un lunedì di un anno bisestile come l’attuale: ho ritenuto doveroso ricordare quegli avvenimenti proprio perché vissuti in prima persona: ed ho ritenuto riportare l’articolo che scrissi lo scorso anno sull’argomento perché il taglio non è quello della cronaca giornalistica ma quello di un protagonista, come tanti altri, di quell’evento.

 

22 febbraio 1956

Sto uscendo da scuola, quinta ginnasio, vedo al “Giardinetto” (Piazza Caprioli) Concettina Creati, la signora che aiutava mia madre nelle pulizie di casa, una vera e propria “famula”, che con una mano quasi trascinava il mio fratellino Piero di 3 anni e con l’altra che portava la cassetta con i documenti  e i pochi oggetti preziosi di casa. La fermo e chiedo cosa sta accadendo: si ferma e quasi mìnon mi riconosce: dopo un istante mi dice con voce alterata  curre a la case ca sta a ccascà tutte cose!. Sono interdetto: un signore che passa mi chiarisce che c’è una frana in atto e la casa è in pericolo. Mi precipito, vengo bloccato dalla polizia non si può passare è pericoloso: spiego che sono un inquilino e devo raggiungere casa mia: inoltre il commissario è mio zio e riesco a passare: trovo mia madre, Bruno, il mio fratello maggiore, e Myriam, mia sorella, che cercano di mettere in valigia le cose essenziali perché dobbiamo scappare prima che caschi tutto.

Comincia così una giornata storica per Vasto, per i vastesi e per la mia famiglia. È  ancora vivo in me ed in quelli che come me vissero quei giorni, un aspetto che magari è stato in qualche misura taciuto: la solidarietà. Nelle alluvioni del Polesine, così ben raccontate da Guareschi e altrettanto bene interpretate da Fernandel e Gino Cervi nella “saga” di don Camillo e Peppone, si ebbe la misura in grande del cuore degli italiani non divisi tra nord e sud: così,  nel 1956, a Vasto la solidarietà fu evidente e tutti trovammo alloggio da amici e parenti. Personalmente io e mio fratello andammo a stare presso la famiglia Suriani, sempre in via Barbarotta e poi dai miei zii. Anzi devo ricordare in particolare mio zio Ulisse Giaquinto, all’epoca Commissario della Polizia di Stato:  lo ricordo sempre indaffarato, teso, e raramente lo vedemmo a casa, impegnato com’era nell’organizzare i soccorsi e nell’evitare il panico; e neanche si immaginava,  allora, l’eventualità che si potessero registrare episodi di sciacallaggio.

Compagni di gioco da quando eravamo piccoli, soprattutto Rino e Michele Benedetti, separati da un evento più grande di noi, le gare con i primi pattini a rotelle su quelle lisce piastrelle che costituivano la passeggiata del Muro delle Lame, le cadute o le “frenate” colorate con il sangue di mani e ginocchia, lungo le pareti delle case che vi si affacciavano: tutto perso in un momento, come le frequentazioni della Chiesa di San Pietro con un giovanissimo Don Michele e la presenza rassicurante e severa di Don Romeo. Tutta una comunità, un quartiere, un arco spazio-temporale che veniva sospeso con tutti i suoi abitanti.

Oggi ci sono preoccupanti segnali che a quasi sessanta anni di distanza non si sia fatto abbastanza per limitare questo ricorrente dramma per Vasto: soprattutto è mancata la prevenzione, fenomeno così tanto connaturato nei nostri amministratori (e non parlo di quelli locali o attuali) da farmi ritenere che faccia parte del DNA di un intero popolo (per lo meno di quella parte che dovrebbe farsene carico). Si possono “fermare” le frane? Dipende da molti fattori e comunque non permanentemente, soprattutto in relazione ai mezzi che vengono messi in campo e, come già detto, per l’assenza di controlli. Il fatto è che stabilizzare un territorio significa anche preservare i tesori d’arte che questo territorio conserva: se ne ha la percezione politica?

Elio Bitritto

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