La boiata pazzesca del posto flessibile

CO-Co-Co VadisAl di là, o nonostante il successo di pubblico e d’incasso che
il film
Quo vado? sta registrando nelle sale cinematografiche, senza voler ‘criticare’ lo spettacolo in termini cinematografici, è il caso di considerare ciò che ci viene dato in visione intorno al  delicato e spinoso tema dell’occupazione lavorativa di un uomo, anche da un altro punto di vista: da cosa nasce e quel che lascia in piedi e irrisolto la ‘battuta’ filmica e la risata che ne deriva.
Un voler mettere in chiaro quel che si direbbe … “il lato oscuro”, per nulla divertente, della ‘commedia’ messa in scena dal guitto di turno.

La “boiata pazzesca” del posto flessibile

Si sa, con le parole si possono dire cose sante o soltanto ragionevoli, oppure corbellerie. Accade che un tizio, di nome in arte dello spettacolo Checco Zalone, alle domande d’intervista, ovviamente promozionale, risponde (tanto per restare fedele al personaggio del suo film-cassetta) di sentirsi anch’esso “un precario”, uno di quelli che da grande …vuole “fare il posto fisso”. Una boutade surreale, alla sua maniera. Simpatica per la faccetta del bimbo che la recita. Fa ridere sicuramente, eppure una qualche riflessione, da sviluppare insieme, dovremmo farle, quantomeno per non sentirci – dopo aver riso o ridacchiato anche noi – degli emeriti e incorreggibili “italiano medio”, che ovviamente meritano quel che attorno a loro accade e personalmente a ciascuno capita.

A prescindere da quel che è nel mondo, occidentale o comunque in un Paese organizzato e ‘sviluppato’, limitandoci a quel che è avvenuto in Italia, da due o tre decenni in qua, con le parole apparentemente antitetiche: “posto fisso” e “lavoro flessibile” si è giocato a mascherare interessi molteplici, privati e pubblici, economici e politici.
Tutti, si sa, nella vita, più che “aspirare” hanno bisogno di avere un occupazione, un lavoro, quantomeno un reddito, per dare ‘alimento’, possibilmente costante e giornaliero, alla propria vita e eventualmente ad una famiglia.
Il simpatico e apparentemente sempliciotto autore-protagonista dell’ennesimo film-panettone, Quo vado?, gioca a fare il “precario”, mentre in realtà, lui come altri, ha scelto individualmente di essere un “professionista” della scena, con le specifiche incertezze del mestiere e tutti i profitti, e non un “lavoratore dipendente”. Una figura umana e un ruolo sociale questo che ha anch’esso i suoi pregi e difetti senza per questo meritare di essere messo alla berlina nelle note vesti del Fantozzi-Villaggio, personaggio oggi replicato con successo “di cassetta” per la comprensibile voglia dello spettatore di mettere sul ridere, per un paio d’ore almeno, quel che nella vita l’angoscia.

E’ accaduto che in epoca post-moderna e insieme post-industriale, il mercato della produzione, del commercio e della speculazione finanziaria, sia nell’organizzazione del lavoro che nei provvedimenti politici-legislativi, ha indotto gli imprenditori e i governanti  a privileggiare gli interessi preminenti e talora truffaldini di chi ricerca nell’uso della “forza lavoro” solo e soltanto il proprio profitto, sia economico che politico-elettorale. Vale a dire che “ti assumo se e quando a me serve”, “ti mando a casa se e quando così a me pare bene, o alla mia impresa fa comodo”. Comportamento e atteggiamento non solo dei datori di lavoro privati, ma fatto proprio indecentemente anche dalle pubbliche amministrazioni, persino laddove l’attività da svolgere è permanente e istituzionale.
Il Mercato ha così inventato e soprattutto mitizzato “la flessibilità” (di conseguenza, pur negandolo, ha reso ‘ordinaria’ la precarietà, la provvisorietà) etichettandola come “conquista sociale moderna, laddove (ricordando la vita dei nostri padri o dei nostri nonni) lo sfruttamento più che l’utilizzo del lavoro e dei suoi occupati è stato un connotato di epoche che diremmo tipicamente “padronali” e nel tempo solo apparentemente remote. Una maniera di ‘governare’ le attività umane in maniera mercantilistico/politica, ideologicamente e nella prassi mistificante.

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Un tale travisamento delle regole del lavoro, basilari e non conculcabili, sarebbe avvenuto, ed è in parte vero, ad opera e/o per colpa “della destra” al potere. Nondimeno è stato fatto proprio, nell’alternarsi alla guida del Paese, pari, pari, “dalla sinistra”. Tanto è vero che l’attuale governo, teoricamente di sinistra e che comunque predica ed opera in nome di questa, l’ultima per quanto teorica tutela dell’Articolo 18 l’ha “riformata” (per non dire cassata), realizzando ciò che non era riuscito ai precedenti governi in nome di un mercato libero e/o liberista!

Accade dunque che con questa classe politica ed economica al governo della nazione, una pericolosa e mistificatoria commistione di ‘destra’ e di ‘sinistra’, di interessi pubblici e privatistici, che i lavoratori (per capirci quelli che non hanno dalla fortuna o dal censo della famiglia d’origine la possibilità di vivere di rendita, in attesa che, terminata un’occupazione se ne trovi un’altra, se e quando riesce), non solo non hanno realmente “tutele crescenti” se non assunti, se non occupati, ma sono ancora e tuttora sottoposti alle varie e tante forme di precarietà (co.co.co, co.co.pro, a progetto, con voucher, a partita iva, in cooperativa …) ancora tenute in piedi da leggi e regolamenti che in nome della  detta e strumentale flessibilità, della mobilità professionale mediante continua e rinnovata ‘formazione’, consentono sfruttamenti ancestrali, sino a far vivere la gente quotidiana letteralmente nella fame, magari senza una degna abitazione, e per ciò stesso nella disperazione.

Accade poi che in questa società “opulenta” per una parte sociale e anche, come nel passato, di parallela povertà diffusa, che un certo Checco Zalone fa un film, e con esso i denari, ancora con … “la boiata pazzesca(ancora direbbe il Fantozzi di Paolo Villaggio) che l’italiano sin da bambino … vuole “fare il posto fisso”, e non altro!

da Foto Roberto Monaldo / LaPresse28-10-2011Ovviamente, più che l’attore, i nostri governanti, nelle varie istituzioni e ruoli politici, sindacali, comunicativi, sociali in genere, dovrebbero riflettere su cosa amaramente o istericamente si ride, o di quale gente i benestanti, in platea o in galleria, si fanno beffe. Mentre ciò che è “fisso” per l’uomo, per l’esattezza “necessario” e non negabile, quale che sia la nazionalità di nascita e di residenza, è di poter provvedere a se stesso e ai propri cari, quotidianamente, seppur con fatica e “rimboccandosi le maniche” all’occorrenza, con il frutto del proprio fare, con esplicazione del proprio essere. Un’esigenza … primordiale, ma ancora attuale. Semplicemente (!) vitale, anche nelle …seconde repubbliche! Per nulla affatto, comunque, … da ridere.

GFP

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