“Antropizzare”… Accade che sia “cosa buona e giusta”!

 

Nessun uomo [o cosa] diventa peggiore per opera di un uomo sapiente.
(Aurelio Agostino d’Ippona)

 la Natura dentro

Nel delineare ‘perimetri’ e intenzioni di sviluppo per il nostro habitat si ha da porre sul tavolo dialettico di una progressiva storia, il dove, il come e quando è lecito realizzare nel tempo e sul territorio dall’essere umano: ovvero quella che definiamo e che non può che essere una … antropizzazione.
Detta così, sarà per la sua desinenza attiva, tale pratica parrebbe già nel pronunciamento verbale una violenza bella e buona. Prendiamo nota che persino una diffusa Enciclopedia, nello spiegare tale termine o parola fa riferimento a “effetti ecologicamente nefasti”, e dunque la caratterizza improvvidamente come azione da deprecare e condannare!  Se poi si parla di “Antropizzazione della Natura”, senza altro dire, l’atto è considerato oggi, dai “politicamente corretti”, un “misfatto”, aggettivato come ‘evidente’ (senza esserlo affatto), e ‘riprovevole’ da parte di chi argomenta per e con pre-giudizi.

Tralasciando – se possibile – l’etimologia che ci racconta che “àntropos” o “andròs” è la parola con cui nomavano l’uomo gli antichi abitanti di Grecia, inventori e propagatori sulla terra di bellezza e non meno di civiltà, c’è da chiedersi quale altra sia la ragione e il senso per cui il Padreterno – che per la religione “sta nei Cieli”, e che comunque sia lo si ritrova in ogni forma di vita, terrestre e cosmica- dopo aver creato il giorno e la notte, pianeti e cosmo, alberi e erbe, l’aver fatto sì che la materia dal Kaos prendesse struttura e forma, “al sesto giorno”, a conclusione della Creazione mise fra tutto e sopra ogni altro animale l’uomo. Un esistente nel tempo, che dall’Essere è stato fatto con “fango impastato” (ex luto fictus), ma che non a caso è stato dotato di una specifica anima: della peculiare capacità di “seguir virtude e conoscenza”, ivi compreso nel decidere, per la propria vita e godimento della stessa, del dove e come insediarsi nella Natura.

Ebbe ad affernare il sulmonese Publio Ovidio Nasone: Os homini sublime dedit, coelumque tueri | Jussit et erectos ad sidera tollere vultus. – Dette (il creatore) all’uomo sublime il volto e gl’impose di contemplare il cielo e di innalzare lo sguardo diritto alle stelle”. Capiamo da queste parole altamente speculative e poetiche che se il “fine ultimo” sta nel mirare e indirizzarsi “al cielo”, sarà pur vero che in terra l’essere umano è destinato da “il Nipotente” (come …dicheno li romani d’oggi) ad essere se non padrone della terra, di certo il suo primo e più importante abitatore.
E questo va sostenuto senza timore di essere accusati di presunzione antropocentrica, dal momento che sempre dalla cultura greco-latina ereditiamo il concetto programmatico e ineluttabile che per tutto e tutti “est modus in rebus”, che c’è modo e maniera, di …essere e di agire anche per l’uomo. Ciò che non esclude, pur tuttavia, che non di sola natura da contemplare, ma anche di terra da coltivare e da percorrere …vive l’uomo. Ed è, in fondo, ciò che caratterizza l’esplicarsi di quella che da Platone fu detta “anima mundi”, la capacità e la forza di (saper) modificare in termini di azione abitativa l’ambiente originario, quel che è detto vacuamente, con pensiero debole e passivo,  “di natura”.

Se questo è, bisognerebbe pensare e dire “sapientemente” che se i luoghi sono o vengono ‘antropizzati’ non sta a significare che di per sé questo è peccato, al più soltanto tollerabile. Anche perché, consentitemi ancora una banalità …essenziale: anche l’uomo ha in sé una sua “natura”, da sviluppare e conservare, e che, come quanto altro nell’universo creato, o originatosi …dal nulla (!), merita rispetto e la dovuta considerazione. In virtù della quale non si comprende, ed anzi è da ritenere inaccettabile, l’improprio quando non arrogante uso della libertà (la licenza) di imporre agli altri “il giusto”, da parte di chi si ritiene eletto. Da Dio un tempo, ed oggi dal demo, con un consenso elettorale semplicemente frutto delle “regole del gioco”.

 

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Nessun uomo
– e neppure la Natura – diventa peggiore per opera di un uomo sapiente, a ben rifletterci. E’ vero il contrario. Ad opera di una natura incontrollata, non ‘governata’, non ‘curata’ o abbandonata a se stessa, è l’Universo, prima che l’Uomo, che “diventa peggiore”, in termini di evoluzione e conservazione della specie di  tutte le ‘cose’, visibili e invisibili. E nel novero delle invisibilità, non meno reale di ciò che appare, c’è il ben-essere (la felicità) dell’uomo, che dev’essere assicurato e promosso. C’è da garantire e non coartare l’ancestrale cammino dell’essere umano che, in sano equilibrio con il dettato-fine del suo nascere e dell’ineluttabile morire dopo aver generato nuova vita, prosegua in una storia di creazione (oltre che di conservazione) avendo tracciato, per sé e per gli altri, sulla terra e progressivamente nel cosmo, nuove … antropiche o antropizzate vie, altri progressivi quanto necessari insediamenti abitativi.

Stare di casanel creato …è “cosa buona e giusta”!

GFP

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