“Kérambis” (e altre storie), di Filippo Salvatore


tra l’azzurro dell’Adriatico si staglia Punta Penna
e candide chiazze di neve coprono la Majella;
falbe labbra di ninfa tradita sono le Diomedee

Anticipato nella prima strofa,  nei giorni scorsi e per altri scopi,
diamo qui di seguito l’intero componimento poetico di Filippo Salvatore. cerambice1

 

 

 

 

 

 

 


Kérambis

(Cerambyx cerdo, cerambice della quercia)

I

Vige nel  mondo la violenza contro i deboli ,

il voto di scambio, l’occulta logica dei pizzini

di chi si definisce uomo d’onore e onore non ha,

dove all’asta i nuovi milionari cinesi comprano

ville rinascimentali sul lago di Garda

e su Madre Terra la vergogna non ha tregua.

 

II

La crudeltà dei bracconieri fa strage di elefanti

e pettirossi, tordi, merli, fringuelli rischiano

di scomparire. Trionfa nel mondo la ricerca

di lucro, l‘apoptosi, l’invasione dei tumori,

le protrusioni di cellule germinali che forma

cambiano conquistando plasma, membrana.

 

III

Ma io, amor mio, t’offrirò come antidoto

l’aloè, la pianta della vita, e molteplici saranno

i sapori dell’indimenticabile, comune piacere.

E scoprirai che la felicità è folgore, acqua

di monsone che abbevera gli avidi greti;

è scegliere la strada in salita; è guardare

dalla cima più alta di monte gli umani,

torbidi garbugli nella loro giusta misura;

è scoprire che nulla è come appare

e da errori nascono in natura  forme

di vita  più belle come  la mantispidae,

incrocio di mantide religiosa e di vespa

che punge i predatori, ma mite, docile è;

è scoprire che le mutazioni più profonde

sono il risultato di fortuiti incidenti.

 

IV

Ricordi, cara, il pazzo volo in mongolfiera

tra i camini delle fate, le rocce coniche

in Anatolia? I nidi dei fenicotteri nel Salar

de Uyuni, il deserto di sale in Bolivia così

in alto, là dove non han senso i trambusti umani

e vento, luce, vulcani sono il centro del  mondo?

I cerchi nella sabbia creati ad Amami Oshima

dal pesce palla di cui ci parlava sul pontile

il sommozzatore nipponico innamorato dell’Italia?

 

V

Ricordi, cara, l’eremo sul costone della selvaggia

Majella, là tra pendii scoscesi e impervi sentieri,

là dove Pietro da Morrone in pace col mondo

visse senza tiara, in pace con uccelli, grilli, farfalle,

là dove l’orso bruno cerca il miele dell’alveare

con l’eco del rintocco di campana che rimbalza

tra le gole delle morge? Molceva l’inferno

che si portava dentro il frate che brevemente

fu papa, Celestino, che per umiltà, non viltà

a Roma fece il gran rifiuto e scelse la povertà.

 

VI

Ricordi, cara, l’infinito manto di stelle

e il  bagliore dell’osservatorio in lontananza

nel deserto di Atacama nella patria di Neruda,

dove non piove mai e l’aria è tanto secca

da far screpolar la pelle? Era il tramonto

dell’equinozio autunnale e limpido e buio

era il cielo, la notte intera mentre sbuffava

il treno che  attraversava la luce zodiacale?

 

VII

Ricordi, cara, i tanti baci nel deserto cileno?

Là scoprimmo che il sangue non mente

quando è caldo per amore e  amore

non è amore se nel mutar il pegno svanisce

quando l’amante dall’amato s’allontana.

Resiste, ci giurammo, il vero amore

come un faro che in alto guida e non vacilla.

Non invecchia amore, inesauribile fonte d’energia,

che connette umani, animali, piante, fuoco

pietre e ogni transeunte forma nell’universo,

è il quarto neutrino, l’introvabile particella di Dio.

 

VIII

È giugno e di rosso, come te, vestita splende la luna

che in alto, così vicina dà il benvenuto all’estate.

S’avvicina al perigeo e sale la temperatura

che le dà colore quando tocca terrestre atmosfera.

È la stagione  delle fave fresche, delle ciliege,

splendidi rubini portati intorno alle orecchie;

delle albicocche gialle come spighe  di grano

che ondeggiano tra pendii e alti cipressi

quando la brezza spira dal piano, dalla marina.

È la stagione quando allega l’oliva che di bianco

tecchio circonda i tronchi e copre il suolo;

vermiglia, più di rosa, è la bocca del melograno;

tra l’azzurro dell’Adriatico si staglia Punta Penna

e candide chiazze di neve coprono la Majella;

falbe labbra di ninfa tradita sono le Diomedee

e intorno al colle del pozzo tre farfalle

giunte col favonio da un’oasi sahariana

s’abbeverano, si staccano, riprendono il volo

verso le gialle ginestre che vestono il pendio.

 

IX

Tra gli oleandri e i pampini ribelli della vigna

s’ode appena il ronzio di due api mellifere.

Sono testarde, selvatiche operaie che polline

portano alla regina e alla nidiata delle larve

nell’alveare. Sono le superstiti  dell’acariosi,

della varroa, dei neonicotinoidi, delle radiazioni

da telefoni cellulari, di tracce di scie chimiche.

Hanno resistito all’uso di fitofarmaci, ai cambiamenti

ambientali, alla malnutrizione, al collasso dell’alveare.

Ma scarseggia il polline e imminente è la moria.
X

Emette stridii tra risecchi tronchi di quercia,

tra le ceppaie dei grandi lecci, il cerambice

maestoso di nero vestito e il cervo volante

e lo scarabeo  rinoceronte in soccorso appella

per intimorir e scacciar il calabrone predatore.

Rivive in Frentania, tra piramidi di rami secchi,

la storia di Cerambo, pastore dell’Otride in Tessaglia,

che dal diluvio fu salvato da benevoli ninfe

che lo dotarono di ali trasformandolo in Kérambis.

XI

Kérambis che da  morto legno trai nuova vita,

vibra le antenne e all’ingordo umano ricorda

che solo i boschi lo salveranno dall’estinzione.

 

Filippo Salvatore

(Guglionesi, 31 maggio/1 giugno  2015)

 

Annotazione a margine
 
A richiesta dello stesso autore, ancora una volta, …mi avventuro in quella che sta divenendo una consuetudine, pubblicistica più che letteraria, utile ad orientarsi in una struttura-visione, straordinaria e complessa, elaborata dalla fervida e speculante ‘guardatura’ dell’autore, sull’uomo, sulla natura, sull’universo cosmico.

Ancora una volta, in “Kérambis”, F. Salvatore ‘canta’,  narra e rappresenta,  in quadri visionari e noumenici, le sue espererienze e conoscenze, di vita,  di viaggio e di cultura. In particolare, qui come in altre sue composizioni verbali e metriche si sofferma a scovare e descrivere, da sorta di …entomologo-astronomo, non solo i corpi celesti (cui solitamente noi diamo soltanto uno sguardo distratto e per nulla consapevole), quanto gli insetti, quelle creature che vivono, si riproducono e proliferano in una dimensione del reale e della natura che nella generalità degli esseri umani resta del tutto o assai poco conosciuta. Eppure questi, nelle loro forme, nel loro ‘compito’, per noi non sempre gradito e spesso per la umana vita dannosi – ci fa osservare Salvatore – costituiscono ‘segmenti’  anch’essi animati in una “stringa” (per usare un termine ricorrente nella Raccolta dell’autore “Terre e infiniti”)  naturale del creato terrestre e, forse, dell’intero  Universo. Spesso in forme sorprendenti e a noi sconosciute.  Forme di vita evidenziate dal poeta come figure rappresentative dell’unità interattiva di ciò che chiamiamo e costituisce “la vita”.

Su questo quadro d’insieme che diremo “cosmico-naturalistico”, Filippo Salvatore  puntualmente inserisce il suo individuale percorso esistenziale e …’trascorrente’,  soprattutto alla luce dell’ amore, e in esso dei sentimenti di passione, di attrazione, di nostalgia e di vivida memoria di ciò che per lui è stato e resta, che per tutti gli uomini è, sentimento dello spirito e biblica passione carnale. In questo quadro di visione ampia e complessa del creato, quel ripetuto e confidenziale “Ricordi, cara …” ci porta a introdurci, a immedesimarci, per analoghi sentimenti di comune umanità, in questa sua avventura esistenziale, di lirica quanto gratificante narrazione. GFP

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