Il “Canone” perduto (o quasi), dell’arte e nell’arte

“Spectateurs, je vous présente Mozart,
siècle avancer, nous voici devant un classic.
Sa musique est tellement si magique
que maintenant c’est devenu  la “chanson”.

(Naikito – Mélodie d’une Vie Classique)

haydn-mozart-beethoven Nel tempo dell’oggi, ad ogni cosa, ad ogni nostro agire, finanche attività di pensiero, si dà l’appellativo corrivo  di “moderno”, volendo enunciare con esso ciò che non solo è nuovo, quanto “mai visto”, se non “inaudito”.
Seppur l’etimologia con tale aggettivo intenda dire semplicemente “ciò che è recente”, “che si riferisce all’attualità” dell’uomo e del mondo, il “contemporaneo” – divenuto (o tornato ad essere) per certi versi e sue manifestazioni più habilis che sapiens, … ominide più che homo – per paradosso usa porsi al culmine dell’evoluzione della specie!

In realtà, tralasciando tecnica e tecnologia scientifica, in Arte, parlando di valori per così dire informatori di ciò che è nella natura e nell’essere delle ‘cose’, alla loro origine e nel proprio codificato divenire, diverso solo in termini fenomenici, nel territorio dell’espressione figurativa e comunicativa dell’uomo con immagini e suoni, le Opere che per utilità didascalica e storica definiamo “I Classici”, ovvero espressione di un tempo memorabile, quanto ‘passato’, costituiscono, in realtà,  delle “pietre di paragone” intellettualmente e non meno tecnicamente superlative e oggi difficilmente eguagliabili. Affermare, poi, nella letteratura di settore, che tali espressioni d’arte non sono più nell’interesse (negli ismi e nelle avanguardie) dell’uomo (artista e pubblico) ‘moderno’, ricorda molto la nota Favola di Esopo: della volpe che bara e dell’inarrivabile uva.

In questi giorni ascoltando una trasmissione radio, che della storia della musica tracciava un percorso ‘classico’, ho avuto modo di riascoltare e poi ripensare al valore paradigmatico di quel “Canone (in re maggiore) che il musicista e religioso Johann Pachelbel compose nel XVII secolo.
Il Canone_scrittura musicaleQuesta pièce di “musica da camera” (così definita nell’epoca barocca), “per tre violini e basso-continuo”, di là della piacevolezza d’ascolto che ancora oggi ci dona, è rimasto un produttivo riferimento per molti musicisti, anche nei secoli successivi . Seppur talvolta sottotraccia, e in altri casi con piena evidenza, con variazioni e ‘riletture’ sia pure, è riconoscibile fonte ispiratrice di molti pezzi moderni. Annotava un informato critico musicale, nell’occasione intervistato, come tale “giro armonico” lo si ritrova ad esempio in una composizione dei The Beatles, “Let It Be”,  o in “Rain and tears” del cantante solista degli Aphrodite’s Child , Demis Roussos, come di molti altri ancora, fino all’italiano Jovanotti, nel suo recente “A te”.

 

Ma dire “il Canone, per chi ha percorso didatticamente la storia delle arti figurative, significa non meno evocare uno scultore greco, di nome Policleto di Argo (V sec. A. C.), che non solo ci ha lasciato mirabili opere scultoree, originalmente in bronzo e a noi note attraverso copie romane in marmo, ma che alla sua capacità creativa e tecnica ha saputo unire la preziosa osservazione del come, con una certa “regola” (Kànon), che definisce le proporzioni ideali tra le diverse parti di un corpo umano, si dà modo all’artista di dar immagine e forma a manufatti che siano del ‘reale’ espressione armonica, godibile quanto significante. Questo fu ritenuto e possiamo credere in quanto “il bello” e “il vero” corrispondono ad altrettanti canoni-numeri-forme con cui agisce quella ‘divinità’ che, detta “anima mundi” da Platone, trascendentemente per le religioni e come immanenza nella materia per la scienza, in-forma le creature che sono sulla terra ed anzi nell’universo.
Ben sappiamo, certamente, che non di solo Policleto e del suo “Doriforo” vive l’arte culturalmente detta “classica”, e che l’arte non è da ritenersi preziosa e mirabile soltanto in tale storico tempo, eppure il riferirsi ad una ‘regola’, ancora oggi, costituisce – a mio avviso, certo – un ineliminabile presupposto informatore e produttivo per configurare la materia, e dunque l’opera, in termini di “bellezza”, di “armonia” visiva e produttiva di aisthesis (sensazioni). 
In sostanza, per sentirsi e qualificarsi frammento non casuale del Cosmo (che solo apparentemente è definibile come Chaos), in ‘accordo’ con l’ontologia dell’Essere, nel porsi e nel comunicare agli altri occorre farlo con ben precise ‘forme’, con il giusto modo, una adeguata misura.

Non a caso, pur con tutte le mie inevitabili carenze conoscitive ed espressive, nelle mie scritture d’arte e sull’arte mi trovo spesso a dover  stigmatizzare come nel nostro tempo (di là delle nuove forme espressive, dette “installazioni” e “performance”, che attengono più alla comunicazione di massa che all’arte estetica) molti presumono di presentare ed esporre come Opere (d’arte) dei manufatti frutto del semplice diletto estemporaneo, e/o comunque palesesemente non provvisti o supportati nel fare (pittura, scultura, letteratura) da sufficiente se non ottimale preparazione, tecnica e culturale. Presentare e considerare certi “lavori” del “tempo libero” o semplicemente elaborati “per passione”, quali “creazioni artistiche”, prima che una mistificazione spesso a scopo mercantilistico, è  una presunzione culturale derivante da immanente provincialismo,  e costituisce, in ultima analisi, una palese offesa all’intelligenza comunitaria sugli uomini, sul mondo fenomenico e non solo.

Tornando all’arte dei suoni, se basta un “buon orecchio”, se non una specifica cultura, per percepire le “stonature”, che tali sono e le definiamo in quanto non conformi a una certa ‘misura armonica’ che è, come ho annotato, insita nella materia e nelle creature, purtroppo dobbiamo spesso rilevare che nelle arti visive ci si adatti tranquillamente, quando incredibilmente non le si esalti, a dare valore a immagini-opere approssimative e deficitarie, persino antitetiche ad una non ovviabile “regola costruttiva o compositiva”.
Amo dunque pensare, e ancora una volta desidero qui riaffermare, che da parte di chi produce ed espone arte ‘figurativa’, come di chi pubblica in letteratura prose e poesie (e non diversa cosa è nelle arti e professioni che attengono ad altre attività umane), ci debba essere non solo capacità, attitudine, ma ben specifica preparazione, frutto di studio ed esercizio; che, soprattutto, ci sia in chi “opera”, come da parte di chi del prodotto artistico gode o si serve, consapevolezza culturale, e non meno onestà di giudizio. Ed è questo un ‘comportamento’ necessario e irrinunciabile, anche nell’età ‘moderna’, ovvero …nel tempo di ogni tempo.

Arte è ciò che vale, e, con evidenza, vale quel che risulta pare ovvio, eppure non sempre lo èfattoad arte! Secondo, come qui annotato, ben precisi …canoni di verità e di bellezza.

Giuseppe Franco Pollutri

 

https://www.youtube.com/watch?v=JM_T7W7k0mA
Rain and tears – Demis Roussos

https://it.search.yahoo.com/search?p=A+te+di+Jovanotti&fr=uh3_answers_web_gs
A te Jovanotti

https://www.youtube.com/watch?v=u6T5C-jzSH0
Let it Be – Paul McCartney

 

 

 

 

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