Esperienza cosmica e metamorfosi di natura, nei versi del poeta Filippo Salvatore

 

“La processionaria diurna è notturna farfalla”

Seppur da ultimo, in fondo al suo versificare scientificamente avvertito e umanamente nostalgico, risultato di piena consapevolezza dell’essere, di sé come dell’insetto esemplarmente metamorfico cui ha titolato il componimento, con il sopra citato verso, Filippo Salvatore riassume, e pare voler incidere come su di una lapide, la sua esperienza di uomo di cultura, tra scienza e poesia, consapevole e sensoriale ‘frammento’ del cosmo.

Quale che sia il senso e il fine di questa sua altra e assai complessa narrazione, assonante e suadente nel figurare conoscenza e sentimento col metro cantico della parola, lo lascio percepire e comprendere al lettore, trascorrendo individualmente in essa.

gfp

Thaumetopoea pityocampa
(processionaria del pino)

I
Anche le galassie moriture hanno nuova vita.
Dall’onda d’urto di collisioni e fusioni
sorge il ricorso di formazioni stellari.
Sarà così per Andromeda, per Pégaso,
per la Via Lattea, per gl’infiniti nidi
di aggregantesi cosmiche facelle.

II

Precorritrici di eruzioni di massa coronale
sono le corde magnetiche attorcigliate,
fiammeggianti lampi nastriformi
visibili dal flusso di plasma ionizzato
intorno ad asse comune con cappi
che si dipanano verso l’alto.
Anche il Sole, rossa o blu supernova,
emetterà corde di brillamenti,
onde di raggi gamma, maree d’antigravità.
E mille miliardi e mille stelle ancora
nel firmamento obbediranno alla legge
del nascere, durare, perire e rinascere.

III

Granello umano di stellare granello,
Madre Terra, sbigottimento provo, non paura.
E non mi basta, canna pensante
che scommette, lo stupore per squarciare
l’arcano del Verbo incarnato, morto e risorto.
O è l’omega di Chardin il punto fisso?

IV

Non ho raggiunto la sponda del guado
remando sulla scafa dell’umano fiume,
né sono anima rea giunta al ponte del capello.
Sono bruco di nematocampa che si camuffa
emettendo e contraendo tentacoli nella giungla
a Tambopata. E tu, thaumetopoea, larva
letale, crisalide, processionaria del pino,
vorace divoratrice di radici e foglie
coperta di elitre, di scaglie che s’impupano,
irritano mucose e uccidono prima di diventare
innocua farfalla, emetti energia quantica,
stimoli il pensiero ed ecciti le passioni.
E non bruco vorace ma labello
d’orchidea, m’attrai con lusinghe velenose,
usando petali e colori ed ardi d’essere impollinata.
E sei femmina di tutte le femmine
esistenti ed hai corpo vero. Bellezza
hai e imperfezioni che la mia ingordigia
dell’amplesso non nota od ognora.
Dimentico che sei ingordo bruco,
parassita dal nome santo, processionaria,
e sol ti vedo svolazzar da notturna farfalla.

V

E in mente appari stupenda monarca
che mi fece accapponar la pelle
con le sue carezze vicino ai merli
del Titano a San Marino, nel trullo
ad Alberobello, nella cala dell’elefante
a San Domino, dove la ninfa Diomedea
divenne uccello e stridulo gracchia.
Provò con Diomede che l’abbandonò, il miele
del piacere che poi divenne veleno, fiele.
Anche a noi umani celeste appare
la corrispondenza degli amorosi sensi
e perduto appare tutto il tempo
che separati in amare non spendiamo.
E fummo due pinguini abbracciati
a Campo Imperatore per conservare
Il dolce tepore, ché tirava la tramontana.
E alla Quintana in piazza maggiore
ad Ascoli bevendo anisetta con olive farcite,
e pomodori e fichi mangiando a Fonte Nuova,
e rincorrendoci sulla spiaggia alla marina
come fanno i buoi che tirano i carri alle carresi.
E tu fosti bottino, io spoglia opima
come l’obelisco di Axun a Porta Capena.
E cioccolato furono i nostri baci,
balsamo semi-amaro per curare
la malattia della distanza e dell’oblio.

VI

Tutto si trasforma, ma nulla si distrugge.
Rutti di raggi gamma sono lo spasimo
delle stelle, ellissi il coito delle galassie.
È la particella sterile, il quarto neutrino
che fa tutto e tutti innamorare e sfida
le leggi della fisica. A illusioni noi umani
a forme fatue, a caduca bellezza,
diamo consistenza di vera natura,
e broccato con fili d’argento e d’oro
stimiamo la ruvida canapa e il cotone,
roseto di boccioli il roveto ardente,
giardino odoroso la colata della lava.

VII

Oh memoria, balsamo all’angoscia
della coscienza, a vita che in morte
e in nuova vita perpetuamente muta.

La processionaria diurna è notturna farfalla.

Filippo Salvatore, 29/30 aprile 2015

 

Quale Annotazione a margine, ritengo utile di riportare ancora una riflessione a tale testo poetico, ricevuta dello stesso autore:

”In questo componimento sulla processionaria la metamorfosi in natura delle forme di vita e il ricordo che trasforma nella mente il vissuto amoroso si incrociano. L’accostamento e la riflessione nasce da una piacevole rilettura delle “Metamorfosi” di Ovidio e la sua adesione, in esse, alla filosofia pitagorica. Si direbbe – con una battuta – che il poeta latino aveva già capito tutto sulla vita.

Personalmente, qui, tralascio riferimenti alla mitologia classica greco-romana,  e nel ‘figurare’ mi servo di recentissime nozioni e scoperte scientifiche che corroborano il principio che “siamo materia di stelle che riflettono sulle stelle, come ebbe a definire la specie umana “sapiens” il grande astro-fisico americano Carl Edward Sagan (1934 – 1996).
Mi è piaciuto altresì inserire in questi miei versi anche riferimenti al significato da dare all’esistenza dell’uomo, enunciato da parte del matematico, filosofo e teologo francese Blaise Pascal (1623 – 1662),  e, non meno, degli studi del paleontologo, filosofo e sacerdote Pierre Teilhard de Chardin (1881 – 1955), la sua ipotesi, in particolare, dell’evoluzione cristocentrica, come punto “omega” del cosmo.

Questo io penso e scrivo (…), e di tal mio vissuto, mentale e corporale, culturale e storico, desidero lasciare memoria, giacché, con convinzione: ... Granello umano di stellare granello, / Madre Terra, sbigottimento provo, non paura!

Filippo Salvatore – Montreal,  12 maggio 2015