Quando le “installazioni” sono realmente Opere (frutto di “métier d’art”)

david_piazza_signoriadi Pacchioni

Le Installazioni, si sa e occorre farsene una ragione storica e culturale, nel tempo contemporaneo sono ormai una diffusa modalità di operare in arte, o semplicemente di esporsi nella medialità. E’ una maniera facile, alla portata di quanti hanno voglia di inventare in un campo dove tutto è possibile e fattibile.
Basta un po’ di fantasia, capacità di mistificazione, come è nel caso di un noto Maurizio Cattelan (un ‘autore’ che le sue ‘opere’ le inventa, e poi le fa realizzare all’artigiano del settore). Per strano che sia, può produrre successo d’immagine e anche molto denaro.

Nel caso dell’artista che qui voglio mostrare, ad esempio del come in arte si è ancora produttori di manufatti non solo genericamente espressivi quanto produttori di sensazioni (aisthesis), visive e noumeniche, il singolo manufatto è denominato dallo stesso, nel personale sito internet, Installations, ma è pur sempre o ancora, come un tempo, classico, medioevale e ‘moderno’, opera (d’arte).

 

Gianluca Pacchioni (1966), artista del ferro, altrimenti definito “Metal sculptor and light designer”, formatosi e cresciuto in arte a Parigi negli anni ’90, è autore di “sculture che danno luce”,  entità che hanno nel loro posizionamento, naturalistico o domestico-architettonico il proprio luogo ideale, una ottimale esposizione allo sguardo di chi nel luogo vive o transita da visitatore. E’ in tal senso che li possiamo anche denominare “installazioni”, senza peraltro aver detto nulla di ciò che è stato realizzato e che ci viene proposto.  Anche quando – … ad esempio, al limite del paradosso dialettico – nel 1504 a Firenze si stabilì, e così fu fatto, di collocare in Piazza Della Signoria il “David” (opera scultorea capolavoro) di Michelangelo, anche lì si realizzò letteralmente …una istallazione. Ma mai nessuno allora qualificò la statua come tale, né nella storia dell’arte umana, per descriverla nella sua imponenza armonica (…con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finí Michel Agnolo”, scrisse il Vasari), si darà precipua attenzione, se non urbanistica e nel tempo storico ideale, al dove è stata e  (sia pure oggi in copia) resta posizionata.

Pacchioni, per e nel realizzare i suoi manufatti,  mette in atto un processo ben preciso di fantasia, inventiva, estro creativo e non meno di appropriato e sicuro “mestiere”. “Novello Efesto”, come viene detto su una rivista specializzata, per dare forma al metallo (ricerca e realizzazione di una “idea luminosa”), ha dovuto apprendere i ‘segreti’ artigiani di quella specifica lavorazione. Le sue realizzazioni hanno nel dichiarato amore per il forgiare, propedeutico per la forza e il fascino del risultato da ottenere e poi realizzato, se non il fine (come fa qualsiasi artigiano) un insopprimibile presupposto mentale e manuale. Parlando del suo approccio lavorativo alla materia, ha dichiarato l’artista: “… i metalli li maltratto, poi finisco per accarezzarli …, mi piacciono le imperfezioni, le cicatrici”. Le sue opere (come quelle di altri, che non dirò “veri” quanto validi artisti) hanno in sé, nell’idea per-formante che l’autore ha realizzato con la materia scelta, la loro capacità di essere e di restare, di arricchire il luogo in cui si trovano, segno significante,  traccia indelebile, non effimera, della vicenda umana in un certo luogo e in quel tempo della storia.

Nell’arte, la capacità fabrile non è da “mettere a parte”, e il manufatto, ovunque posto o ‘installato’, per poter essere riguardato e considerato come espressione comunicativa ed estetica, ha bisogno di intrinseche qualità ‘ideative’ e non meno fattuali, affinché resti a documentare intelligenza, creatività, poeticità dell’uomo; affinché non finisca, nel “dopo-mostra”, tranquillamente in discarica come cascame indifferenziato e da  lasciar degradare dalla vis caotica della materia e del trascorrere ‘edace’ (divoratore) del tempo e delle generazioni.

Per chiudere un’idea-discorso che qui pongo dell’arte e della suo processo creativo, culturale e storico, annoto che nel Novembre 2014 Gianluca Pacchioni ha partecipato a Parigi ad un evento espositivo intitolato “La creazione, il genio artistico italiano e la sua unicità nei metiers d’art”.
Da allora, una sua opera in acciaio è collocata nell’Escalier d’honneur dell’Ambasciata italiana a Parigi.
Una “presenza” (un elemento-immagine habitat-iva dell’uomo moderno-contemporaneo) che non ci azzerderemo mai di s-qualificarla come ‘installazione’, seppur con titolo, posticcio e culturalmente inutile.

Giuseppe F. Pollutri

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