Del “falso pepe” (e della cattiva municipalità) alla Marina

 

Potatura del verde alla Marina (2011) 04

Ho di buon grado preso nota, su FB, di una risposta leggermente indignata di Maria L. della Marina, ovviamente del Vasto. A lei devo alcune precisazioni e un ampliamento delle considerazioni da farsi su una faccenda, varia e complessa, evocata con il mio piccolo e sommario articolo on-line di qualche giorno fa.

L’amica della Marina, mia concittadina per questo due volte, si è sentita ‘toccata’ dall’aggettivazione “insensata” da me usata in merito alla scelta di mettere a dimora una certa essenza arborea su Viale (Della) Dalmazia, asse nevralgico del luogo, ritenuto ‘periferico’ dagli amministratori comunali e in realtà di vitale importanza turistico balneare per la città, della sua economia e identità completa.
Mentre capisco il suo civile risentimento, dal momento che la piantumazione del verde attuale è stato a suo tempo effettuato (mi si dice, ma da vastese-di-fuori lo ignoravo) ad opera e spese degli esercenti locali, per ben fare, per sé e per tutti, resta obiettivo e fondato il giudizio negativo da me espresso per una scelta botanica e insieme urbanistica palesemente causa prima di problemi e indecorosità varie, stante la latitante e poco avveduta manutenzione da parte dei Servizi comunali al verde pubblico in generale e della Marina in particolare.
In tale problematica, la consuetudine pratica ed estemporanea che nella gestione del verde pubblico, per autonoma liberalità, subentri l’opera e la disponibilità del privato, può essere buona cosa, ma nella sua inevitabile aleatorietà, approssimazione e rischi di arbitrarietà, mi pare da doversi evitare, a meno che non siano previsti e regolamentati, in termini ben precisi e tassativi, i criteri d’intervento e di gestione di quello che è e resta, comunque, un patrimonio comune, oltre che comunale. Una modalità che andrebbe inserita in un “Piano del Verde Urbano Comunale collaterale al Piano Urbanistico (PUC) di città. Ciò che sicuramente non ha Vasto, dove, al contrario, è bene ripeterlo, nel settore tutto è, o così appare, molto “a piacere” del Comune (attori politici e/o tecnici) e impunemente fattibile, come le ricordate capitozzature, in alto e in largo, che nessuno ‘vede’ e di cui, persino, pochi si dolgono.


Ma tornando a noi, e alla citata amica della Marina che si è sentita mortificata, giustamente per quanto sopra precisato, restando al luogo storico della nostra Stazione Balneare, cosa è in discussione nello specifico del mio precedente post? Parliamo – in fatto di scelta palesemente sbagliata, nel decidere quale essenza arborea e dove metterla a dimora, compito professionale degli urbanisti in una con i botanici – del cosiddetto “Pepe Rosa”, nome scientifico Schinus molle.
Per essere concreti e informati (cito da una scheda scientifico-illustrativa): … “L’albero del falso pepe ha una chioma ampia, globosa, dal fogliame rado e pendente … ha fusto breve, contorto e rugoso che … in origine può superare i quindici metri d’altezza. Nei paesi di provenienza [Cile, Perù, Bolivia, Paraguay] è utilizzato come essenza forestale per rimboschire bacini idrografici e per il controllo dell’erosione ma a motivo del suo elegante fogliame è spesso presente in parchi e giardini come specie ornamentale”.

Se tanto ci dà tanto, è evidente che, a meno di opportune e frequenti potature, che peraltro vanno a violentare la natura specifica dell’essenza arborea in questione (si veda foto del 2011 e dei giorni recenti), appare di sicuro una scelta …inappropriata quella di metterla e tenerla lungo una fascia di spazio assai ristretta, tra la via e il marciapiedi, e a breve distanza dalle attigue abitazioni ed esercizi commerciali.
E dunque, se questo è, con piena condivisione  a questo punto anche dell’amica Maria (costante e attenta presenza di cittadina della Marina) è da augurarsi che – se non questa, in scadenza (o da un pezzo …scaduta) – un’Amministrazione Comunale nuova  e diversa voglia dotarsi sia del detto Piano Verde (adottato da altre città italiane), che, e soprattutto, di una doverosamente informata sensibilità ‘abitativa’. Vale a dire alla cura dell’habitat antropico che – come amo annotare, doverosamente – è un qualcosa di meno semplicistico della pura “protezione dell’Ambiente”, e di maggiore necessità umana e comunitaria, giacché è orientata all’ottenimento del giusto equilibrio (e rispetto) di Natura e opera/sviluppo dell’Uomo civile e urbanizzato.

Pino Pollutri