Il lavoro e gli immigrati

clandestino che non lavoraIl ministro Alfano ha avuto la bella pensata di invitare gli immigrati a lavorare “gratis”: più esattamente il ministro ha dichiarato “Dobbiamo chiedere ai Comuni di applicare una nostra circolare che permette di far lavorare gratis i migranti”. Si sono scatenate tutte le forze sinceramente democratiche ed in particolare il PD e i giornali attribuendo al ministro intenti razzisti e schiavisti. Ebbene per una volta mi sento di difendere Alfano se non nella forma nei contenuti.  Secondo le anime candide della sinistra benpensante è scandaloso solo pensare di obbligare i migranti (io dico i clandestini) ad un lavoro gratis: con ciò scatenando l’orda selvaggia di sociologi e giuristi e, tra questi, tale Iside Gjergji, sociologa e giurista che su “Il Fatto Quotidiano” si cimenta nella capziosa distinzione tra circolari, fonti normative, primarie e secondarie: in una parola nelle pandette di un qualsiasi azzeccagarbugli di manzoniana memoria. Indubbiamente ha ragione dal punto di vista puramente accademico e del diritto, per lo meno così com’è formulato in Italia. Solo mi chiedo quanto sia lecito, etico e quale norma del diritto (primario o secondario) impongano allo stato italiano di mantenere per giorni, mesi, anni migliaia di clandestini in condizioni di ozio totale  e di comoda inattività. Se questi clandestini costano allo stato cifre variabili (a seconda della Cooperativa di accoglienza) tra 33 e 40 euro al giorno, non sarebbe più utile  e dignitoso, per gli stessi clandestini, lavorare in cambio di quei famosi 30 – 40 euro al giorno? E di lavori da fare ce ne sono a iosa: a cominciare dalla difesa del suolo, dalla sistemazione delle frane, dalla pulizia di strade ed edifici, dalla ristrutturazione di edifici abbandonati (vedi, per esempio, l’asilo Carlo della Penna, o quell’insieme di cantieri bloccati per fallimenti definiti o in corso di definizione. Chi grida allo schiavismo ha un concetto piuttosto personale di questa parola che sottintende ben altro status dello “schiavo”. Citare l’art. 2094 del C.C. che definisce la caratteristica del lavoro subordinato come un nesso tra la prestazione resa dal lavoratore e l’obbligo di una adeguata retribuzione da parte del datore di lavoro, è fuorviante perché quello che accade in realtà è tutt’altro: arriva il clandestino: dopo i primi soccorsi, lo si veste, lo si cura, gli si danno pochi euro al giorno, gli si dona un certo credito sul  telefonino,  gli si dà un posto letto ed almeno un pasto caldo al giorno (quello che magari non poteva permettersi nel suo Paese); in cambio di cosa? Quale prestazione lavorativa offre il suddetto clandestino? Di norma ha un tenore di vita migliore di molti poveri cristi italiani che campano con 500 euro al mese dopo aver lavorato (DOPO AVER LAVORATO PER ANNI!). Schiavismo? Ma se Alfano ha usato una espressione infelice o non si è fatto capire questi intelligentoni fanno finta di non capire e pretendono che il clandestino stia comodo (e spesso si lamenta pure!) in panciolle, senza far niente dalla mattina alla sera, costando allo stato italiano, cioè ai contribuenti tra 900 e 1.200 euro al mese! Ma siamo seri!

Elio Bitritto

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