Nel 25 di Aprile e per il prossimo 1° Maggio. Dov’è (finita) la festa!?

 

Per uscirne con qualche dignità di uomo libero, e con libera mente, dal reiterato conformismo inneggiante al “25 Aprile”,  e nell’approssimarsi della data del 1° Maggio socialmente indirizzata “alla celebrazione del lavoro” e alla “festa dei lavoratori”, seppur con una qualche stanchezza e sfiducia (confesso), devo ancora dedicare a tali date, rappresentative a torto della “Liberazione” e dei “diritti riconquistati e garantiti”, una riflessione e un auspicio.

Oggi, in radio, un musicista, cultore degli strumenti e del repertorio popolare, dopo aver eseguito una sua versione per fisarmonica del noto canto partigiano “Bella Ciao”, ha avuto modo di affermare a commento – merito sia alla sua onestà intellettuale – che “il punto nodale della rivoluzione della resistenza di popolo” di settanta anni fa  “è il lavoro”. “Senza il lavoro, l’uomo non ha dignità, non c’è libertà”!

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Dopo settanta anni nei quali si continua a inneggiare “alla nuova società nata dalla resistenza partigiana”, la sopra dichiarata verità è un qualcosa di palesemente non realizzato e, forse, di là da venire, malgrado i propositi di allora e dei trionfalismi celebrativi di parte degli anni successivi. Dopo settanta anni di vita repubblicana e sociale nata dalla Resistenza,  ancora oggi, soprattutto per i giovani, come ogni famiglia sa, non c’è prospettiva alcuna di lavoro qualificato e gratificante in patria. Chi non lascia l’Italia è costretto ad accettare precarietà e sudditanza, a pietire raccomandazioni, a barattare dignità con favori, a gettare alle ortiche una preparazione professionale acquisita per lavori di semplice sussistenza, vanificando così quanto speso per la loro formazione scolastica e di vita, sia da parte dello Stato che delle famiglie. Andiamo avanti, in forma sempre più accentuata, con l’assistenzialismo pubblico  e discriminante, o con l’assistenza meritevole, ma non sempre possibile, di padri e nonni. E non è soltanto il “Padrone dalle belle braghe bianche” del tempo che fu, nazionale e ormai finanziariamente globalistico, a profittare di uomini “migranti in patria per la vita”, sconosciuti e non considerati dalla politica, ma le stesse pubbliche amministrazioni, per le quali una “Riforma del lavoro e delle assunzioni” (titolata e promulgata nella lingua nostra nazionale) dovrebbe imporre, come l’Europa inutilmente prescrive agli Stati membri, di assumere il personale di cui per le sue funzioni ha bisogno strutturalmente, abolendo definitivamente le vergognose ‘chiamate’ a progetto  se non “a giornata”. E perché questo sia un principio certo e indiscusso, se è “la libertà dal bisogno” la prima e fondamentale questione di cui deve occuparsi la politica realmente, non ci sono conti economici e di prestabilito bilancio pubblico, nazionale ed europeistico, che tengano.  Un assunto che deve valere per il Pubblico non meno che per il privato e le famiglie, cui indifferentemente continuano ad essere richiesti, quale che sia il particolare bilancio famigliare, imposte e balzelli, varie e crescenti.

L’auspicio mio personale è che si metta, se non in naftalina, di certo in una sorta di sospensione inni e canti, sia per il 25 di aprile come per la data del 1° maggio, fin tanto che questa nostra Repubblica, libera solo per le parole da pronunciarsi nelle piazze reali e virtuali, democratica soltanto nelle forme dettate dalla Costituzione e delegate ai pochi eletti/nominati dalle segreterie di partito, quando non ad un “un uomo solo”, forte della maggioranza … di una minoranza rappresentativa del Paese.

Io, assieme a molti altri che in Italia hanno figli cui niente è dato per certo o futuribile in tempi brevi, sono personalmente stanco e ormai solo minimamente indignato della retorica di un Stato che continua a richiamarsi, come nulla fosse, ad una “rivoluzione di libertà e di progresso” palesemente fallita. I settanta anni trascorsi dal 25 di aprile 1945 sono pressoché tutta la mia vita, e in essa mi sono potuto giovare soltanto della libertà di opinione e di espressione, ma di nessuna fondata certezza in tema di lavoro, garantito e rispettato, per mio padre prima, per me e per mio figlio poi. Come per altri della mia generazione e successive, per il popolo italiano non c’è mai stata una dignità da lavoro autenticamente libera, fondata sulle capacità e per il merito, istituzionalmente garantita o protetta. Di là del fatto bellico commemorato, che pose fine ad una tragedia storica, umana e politica, per meriti e con contributi d’armi e di volontà diversi, con orrori e vendette da più parti rivendicate o taciute, chiediamoci se le condizioni sopra dette possono dirsi dei validi motivi per una Festa istituzionale e popolare!

Ancora ieri il neo eletto Presidente della Repubblica, citando la Costituzione nata dalla Resistenza e dalla Liberazione, ha affermato che essa “è una realtà viva, … che deve essere applicata”.
Questo è il punto, questa la questione! Dopo settanta anni.

Pino Pollutri

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