“Sarà cosmica la nostra eredità di affetti”

 

Riceviamo e pubblichiamo, da Filippo Salvatore

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Amorose Formammidi

I

Sarà cosmica la nostra eredità di affetti.

Amore è l’unico ponte di comunicazione,

defunta la  fugace forma corporale,

bozzolo fisico e  consunto vestito dei sensi

che noi umani chiamiamo vita.

 

II

Labili sono le croci sulle bare,

e gli incisi, incliti marmi

che d’eternità s’arrogano il vanto.

Sussiste l’umana illusione

di perenni comunicazioni

in sconosciute dimensioni,

in vite parallele, in infiniti mondi.

 

III

Resteranno eterni nello spazio

solo le vaganti formammidi,

nuclei prebiotici d’idrogeno,

carbonio, d’ossigeno e d’ azoto,

polvere di innumeri stelle,

culle di tanta, nuova vita.

 

IV

Universale, eterna è la logica

nei dischi esterni stellari

nella costellazione del Toro,

in innumeri, celestiali vivai.

 

V

Sarà il vento stellare a trasportarti

da Gliese sull’aulente pianeta Bruno

dove il mio nuovo io

aspetta il tuo ricomposto tu.

 

E la morte sarà

la nostra nuova vita.

 

 Montreal,  19 aprile 2015

 

 

Lettura e riflessione mia

Il nuovo ‘canto’ di Filippo Salvatore si mostra verbalmente dispiegante e, al tempo stesso, ben focalizzato in una breve quanto catartica dichiarazione: “Sarà cosmica la nostra eredità di affetti”. C’è in nuce già nel primo verso di questa composizione poetica quel che spinge l’autore a pronunciarsi su quel che poi, in finale, dichiara e accetta. Quel che noi umani, in generale e per lungo tempo, non mettiamo in conto, che …”la morte sarà / la nostra nuova vita”.

Ahinoi, o felice destino degli umani?
Da umano, abituato ad essere accarezzato, sferzato o lievemente brezzato dai venti che, stando alla Marina, mi è stato per lunghi anni assidua quotidianità, più che alle reazioni chimiche preannuncianti disfacimenti, seppur nuove sintesi di materia, desidero affidarmi a questa sorta di appiglio di salvataggio mentale posto qui dal poeta. Voglio affidarmi, perché, da divenuta pulvere del Memento quaresimale  abbia a trasportarmi in alto, più che nel fermento fracido della materia, all’alito stellare, “da Gliese sull’aulente pianeta Bruno”. In questo nuovo destino e luogo – ci suggerisce Salvatore – potrà accadere che, divenuti “amorose formammidi”, l’io e il tu si ricompongano nuovamente, per formare un nuovo astro. Sarà per questo che mille, milioni – o piuttosto “innumeri” – sono le stelle che pulsano e brillano nello spazio.

La “umil cuna” del Vasto, cui il Rossetti, in Albione, portò metricamente il suo pensiero esule, qui diviene “culla di tanta, nuova vita”, peregrinanti e predestinanti “celestiali vivai”.
Va da sé (com’è nel presupposto tematico di sempre delle liriche di Filippo Salvatore), purchè si sia, in quella che “chiamiamo vita”, come nelle reazioni chimiche produttrici di nuove forme, …in due!

GFP, per Qui Quotidiano