Riccioli eruttivi di Encélado e ‘mareale’ memoria di Vasto. In versi, da Filippo Salvatore

 

Riccioli di Encelado

 

I

Sono superacceleratori I protoni

del cuore  che cerca  territori inesplorati,

armonie, forme, colori. Fluisce

la corrente di diodo termico, forno della mente

che frantuma pietre e annienta distanze.

 

II

Stimolo d’ippocampo e d’amigdala restano

l’amaro dell’addio, un baluginar il raggio

riflesso  dal finestrino,

una eco smorzata lo stridere sui binari,

esangue l’ultimo diurno baglior solare

dietro la Majella.

E sorgeva vasta la marea là

nella marina di Vasto.

 

III

Il rombo di un velivolo a bassa quota

fa tremare I vetri, mi lancia una boa

e mi risospinge verso la riva del reale.

E l’albero che vedo è acero, non quercia,

non oleandri, petunie sono I fiori nell’aiuola

e la lingua che odo non è il nostro dolce sì.

 

IV

Esco e abbraccio anch’io l’olmo,

totem nel parco di bimbi

gialli, rossi, neri, bianchi, olivastri

Col suo canto sciamanico m’inizia

al mistero della rigenerazione

interconnessa di vite parallele.

E mi fa sentire il sibilo della bora

sulla tua pelle,

l’afa del mio scirocco e il sapore

di sale sulle tue labbra,

il brivido provato nell’incrociar

con lo sguardo il tuo primo sorriso.

 

V

Sono cambiate col tempo le tue forme

sinuose, ma  effetto mareale, parallasse,

permane la passione. E tu resti esopianeta

di avide brame,  ricciolo di ghiaccio estruso

dall’eruzioni di Encelado, luna di Saturno,

anello che non ci lambisce  ma

che pur tanto ci unisce.

Filippo Salvatore
Montreal, 15 aprile  2015

 

Postfazione

Quello di Filippo Salvatore, della provincia d’Italia per radici e, per destino, cittadino del Canada, è un continuo percorso tra terre, mari, fiumi, aria e maree, querce e aceri, venti di bora e di scirocco, non obliando i famigliari ulivi molisani. E’ un paesaggio dell’autore ai lettori ormai noto. Il suo è un perenne quanto quotidiano viaggio, corporale e noumenico, tra forme stellari dell’universo e introspettive frammentazioni della materia, tra sensazioni visive suscitate dalla trascorrenza migratoria; è un gloriarsi sensoriale per l’amplesso coniuge e una sorta di sublimazione verbale (non meno fonico) e mentale affidata alla parola, al verso poetico. Per narrare di sé, della propria esistenza unica e a tutti comune, per dare traccia di un individuale percorso, per restare, poi, ancora esistente. A tratti, ed anzi sovente, come il mitico Encélado, campione dei giganti prostrato e sepolto sotto Trinacria dalla scudata Atena degli Dei, altresì pianeta lontano e altra saturnale luna, si manifesta eruttivamente con un ricciolo fluente di parole, di richiami, di visive memorie, di desiderio permanente di attingere da un “esopianeta” – che sia esso una lontana stella, un protone, o più, la propria donna d’Istria – alimento di vita, corroboranti passioni.
GFP, Vasto 16 aprile 2015

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: