Nell’Italia “Bel Paese”, la bella ed esemplare pittura di Filippo Palizzi

 

[…] in complesso un’opera sola,
l’opera della vita di un artista vissuta solo per l’Arte.

(F. Palizzi, 1891)

mar-arte-immagine mostra (f-palizzi)

La notizia, già apparsa su questo sito di recente, è che la Fanciulla sulla roccia di Sorrento, ritratta da Filippo Palizzi nel 1871, non solo è “ospite” nella collettiva dedicata alla mostra Il Bel Paese. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, dai Macchiaioli ai Futuristi, inaugurata lo scorso 22 febbraio al Mar (Museo d’arte della Città di Ravenna), ma è stata persino scelta come immagine rappresentativa dell’intera rassegna.

Una Mostra d’arte quella di Ravenna che, attraverso diverse sezioni tematiche, vuole essere la rappresentazione del ‘paesaggio’ italiano. Un Bel Paesesi legge nella presentazione della mostraraccontato, oltre che per l’intrinseco fascino degli scorci naturali, nella straordinaria, inconfondibile compenetrazione di natura e sedimento culturale, memorie storiche, anche attraverso immagini suggestive di tradizioni e costumi (…) con rappresentazioni della vita quotidiana di una società ancora rurale ma che lentamente si avvia all’industrializzazione…”.  “Un palinsesto della società e della cultura, dalle premesse dell’Unità alla partecipazione al primo conflitto mondiale, di cui cade il centenario proprio nel 2015”.
In sostanza: un appuntamento (un salto indietro nel tempo, neppure troppo remoto) che nel taglio iconico-culturale indicato, e per gli artisti in mostra, di rilevanza e significatività notevole e preziosa (da Fattori a Lega, da Previati a Segantini, il nostro F. Palizzi ovviamente, per citarne solo alcuni), ci riporta ad un’Italia ancora rurale e anche povera, ma piena di naturalità e di bellezza ispiratrice d’arte.

Selfportrait by Filippo Palizzi

Non è qui il caso di rilevare, anche da parte mia, lo stile verista e non più accademico del nostro pittore, appreso e fatto proprio alla “Scuola di Posillipo”; un cenacolo parallelo ed omogeneo alla Barbizon parigina, frequentata dal fratello Giuseppe dopo aver lasciato Napoli, in cui, negli anni trenta del secolo, operavano magistralmente Antonio Pitloo (Anton Sminck van Pitloo), Giacinto Gigante, e anche un altro vastese, Gabriele Smargiassi.
Il valore delle opere di Filippo Palizzi e della assoluta efficacia pittorica della sua tecnica (straordinaria nel ritrarre gli animali domestici), ben sposata ad una fervida immaginazione creativa, è di comune e indiscusso riconoscimento storico-critico. Piuttosto, per restare all’opera-immagine dell’evento ravennate, mentre è scontato affermare che tale quadro è opera di assoluta purezza cromatica, questo dipinto mi porta a trarre e proporre un qualche utile e prezioso insegnamento storico-critico.

Direi innanzitutto che è pittura ancora viva, emotivamente una “senza tempo”, quali che siano i suoi imprescindibili ‘connotati’ storici, sia in relazione all’autore che del soggetto (la fanciulla ‘scalza’, simbolo di umanità povera, e soprattutto semplice e rurale, il paesaggio visto nella sua naturalità, romantica oltre che artatamente verista). Rappresenta la capacità di un artista autentico di dipingere, con sicura tecnica, funzionale a una espressione artistica da compiere, per giungere un’immagine da dare agli altri di sicuro valore illustrativo ed emozionale. Un’opera che, per tali caratteristiche, oggi può dirsi dote visiva e culturale per la società, e insieme, nel suo unicum, un perfetto esempio di poesia in pittura.

Un quadro, questo di cui parliamo, ritenuto iconico per la mostra ravennate  – come altri di pari genere e livello, della stessa sensibilità visiva e sentimentale, di pari evocatività naturalistica – che dà un particolare senso alla storia della pittura e ad una accezione dell’arte, che se non è da ritenersi unica ed esclusiva, pure, a me pare, la più attinente al valore originario del ritrarre e illustrare ‘il mondo’ che ci circonda, da parte dell’essere umano, dal tempo remoto dei suoi graffiti, dei ‘disegni’ con biacche e ocre in caverna, e poi in maniera più raffinata con le scene dipinte sui muri e nelle abitazioni edili di un tempo successivo.
Ci fa pensare (direi insegna, a noi artisti o critici) che operare in arte non può essere un espediente scenico per mostrare se stessi, la propria bravura quando non la presunzione, o la mediocrità tecnico-culturale persino. Che il dipingere, come è stato per il nostro, com’è naturale per gli autentici maestri di ieri e, credo, del domani, è comporre un brano poetico con una semiotica (sistema di segni non linguistici) che, come la musica le note, usa disegno e colori per una espressione-comunicazione estetica non verbale, ma non meno, e forse ancestralmente ancor più, efficace e godibile.

Non per altro – e così concludo – l’immagine ‘bella’ della “Fanciulla sulla roccia di Sorrento”, per quanto ‘ottocentesca’ e quali che siano oggi e ancora saranno domani i mutati gusti e funzione della creazione artistica, rappresenta e resta, senza dubbio, un capolavoro esemplare dell’arte di pittura, non solo del Bel Paese Italia.

Giuseppe Franco Pollutri