La ferocia dell’Islam

indexAlcuni lettori non hanno “gradito” la descrizione che ne ho fatta ieri della pratica della escissione (o infibulazione) e della considerazione che l’Islam riserva alle donne, schiave o musulmane, adulte o bambine.  Non l’hanno gradita perché, hanno detto, l’Islam non accetta questa visione delle donne che invece è propria di un certo fanatismo che nulla ha a che fare con l’Islam. Oggi, 16 dicembre, si aggiunge un’altra “perla” al fanatismo dell’islam (quale islam?): la strage di un centinaio bambini e la presa in ostaggio di cinquecento di questi in una scuola afghana gestita dall’esercito. Anche in questo caso “l’Islam non è questo”. E sarà pure vero ma violenze di questo tipo rivolte verso gli invasori o presso i propri connazionali e correligionari parlano un linguaggio diverso, indicano una verità diversa. E ciò per due motivi: il primo è che sono sempre gli atteggiamenti radicali a guidare, ad indirizzare, il resto della popolazione sia in campo politico che in campo religioso (salvo poi ricredersi o moderarsi dopo qualche secolo). L’altro motivo per cui non credo ad un islam diversificato si riferisce alle scarse, praticamente assenti manifestazioni di condanna dei musulmani cosiddetti moderati nei confronti di queste azioni. L’attacco di un “squilibrato” nella cioccolateria di Sidney è la dimostrazione che ormai non esiste più un angolo della terra in cui si possa essere al sicuro dal fanatismo pseudo religioso di questi che è opportuno chiamare con il loro vero nome, semplici assassini pervasi da totale crudeltà. Come difenderci da certo fanatismo? Praticamente impossibile: ognuno può diventare il “lupo solitario” che, dopo anni di permanenza in un luogo, stimato da tutti, con abitudini che tendono alla “occidentalizzazione”, si trasforma in fanatico assassino. Quando si annunciarono i primi venti di guerra tra Giappone e Stati Uniti, gli americani internarono, a scopo precauzionale, soprattutto nelle isole Hawaii, tutti i giapponesi in “riserve” dove ebbero trattamenti diversissimi in termini di “civiltà”. Dovremo arrivare anche in Italia, in Europa a questo? Dovremo respingere nei Paesi di provenienza queste persone? Evidentemente no, o, per lo meno non ancora. Ma è necessario cominciare a tenere gli occhi e le orecchie ancora più aperte di quanto non si sia fatto fino ad oggi.

Elio Bitritto