Lo Spettacolo non è tutto (e non può bastare)

 

“… per quanto voi vi crediate assolti / siete lo stesso coinvolti” (Faber)

Affermare che la nostra sia la “società dell’immagine”, in virtù della diffusione di mezzi di riproduzione e comunicazione sempre maggiori, di grande facilità d’accesso ed uso, appare una considerazione scontata. Ma che sia inevitabile il suo esplicarsi fenomenico in termini totalizzanti rischia di cambiare le regole del gioco della vita: uno scambiare la rappresentazione ‘scenica’ per la realtà, la denuncia per la soluzione . Se tutto può essere spunto o buon elemento “per fare spettacolo”, è sicuramente vero,  non meno, che “la messa in scena” non possa di per sé modificare la realtà dei fatti e dei comportamenti o persino sostituirsi ad essa nel suo scaturire o divenire.

Passando ad esemplificazioni necessarie e di rilievo, in taluni casi e da parte di coloro che partecipano attivamente o meno alla “rappresentazione – happening” di turno, inventato e poi messo in calendario-eventi, può esserci buona fede nonché lodevole intenzione. Occorre dire peraltro che certe manifestazioni ‘sociali’ e pubbliche, in un curioso e strano mix di etico e ludico, non fanno che travisare la sostanza delle ‘cose’ e ingenerare in noi , gente della detta società dell’immagine (crescente e permanente), una falsa e pericolosa convinzione: il ritenere di poter con l’immagine (con la performance pubblica) impedire o condizionare il male del mondo, la malvagità, spesso assoluta e pervasiva, nell’uomo e nei suoi governi/governanti.
L’ultimo caso è quello del recente “Promo Cities for life, promosso e messo in scena dalla Comunità di Sant’Egidio. Il proiettare sui monumenti principali di numerose città del mondo (a Roma sul Colosseo) la dicitura “Città per la Vita, per un mondo senza pena di morte” è stata sicuramente una spettacolare e globalizzata azione teatrale, in certo modo artistica e da parte di artisti-operatori della comunicazione ingaggiati allo scopo, ma è persino banale a dirsi che l’Evento non porterà affatto all’abolizione della pena capitale in alcun Paese del mondo che ritiene di doverla praticare per una sua, seppur criticabile, visione della vita e della morte. Analogamente, non sarà la ricorrente, annuale e folcloristica, Marcia della Pace, messa su strada con tanto di slogan e carri, striscioni e bandiere “arcobaleno”, sorta di sfilata di “anime belle e pie”, che in nessun modo sarà di impedimento a che la malefica voglia dell’uomo di sopprimere l’altro continui ad essere praticata in ogni angolo di questa nostro pianeta. Né che i flash-mob, inventati e messi in atto spettacolarmente nei contesti urbani, con luci proiettate in rosso e scarpe, sempre rosse, cosparse sui selciati, serviranno a impedire mai e in alcun modo che gente di mala-vita (in un contesto improntato non casualmente alla perdita dei fondamentali valore umani e vissuto in un sempre più diffuso disordine morale e sociale) compia il detto femminicidio, in sostanza il ricorrente atto di violenza, quotidiana e poi estrema, sulle donne (mogli, compagne o semplici conviventi) e, non meno, su altri componenti e congiunti famigliari, bambini o anziani, senza distinzione o remora di sorta.

Nel tempo moderno, e cristiano in particolare, l’opera di sensibilizzazione e persuasione a cambiare comportamenti anomali quanto non esecrabili – storicamente noti: dall’uccisione di Abele da parte del fratello Caino, sino agli occidentali decapitati da parte dei militanti nell’Isis mediorientale – si avvale dei mezzi della comunicazione culturale e dell’educazione anche minimale, ma, come è giusto e necessario che sia, continua, capillare e sistemica. In tal senso il “Dei delitti e delle pene” (1764) dell’illuminista italiano Cesare Beccarla ha fatto scuola nel mondo. Diversa cosa è fare della sensibilità buona e retta di molti uomini un elemento di spettacolo pseudo-catartico. E’ una pericolosa illusione , in quanto si presenta in certo modo esaustiva e poi dilatoria nell’esame delle cause che ingenerano nelle persone e nelle popolazioni consuetudini e azioni umanamente aberranti e distruttive.
Come dire che se “tutto fa spettacolo”, oggi come ieri non è e non sarà l’evento-ricorrenza annuale e/o estemporaneo, pur agendo o qualificandoci quali “uomini di buona volontà” e “promotori della pace e della non violenza”, che rimetterà “le cose a posto”. Bisognerà nei singoli campi ed ambiti capire piuttosto dove sta o si annida il male causale, quali azioni di cultura e non meno legislativi, negli Stati e fra le Nazioni, occorre intraprendere per un mondo migliore, a cominciare dal rapporto minimo interpersonale e da quello famigliare e civico.

La rappresentazione, la messa in scena, i flash-mob globali lasciamoli al loro compito antico e direi ancestrale di divertire e intrattenere, di persuadere, di suscitare idee e sentimenti, di veicolare idee e magari nozioni: tutto ciò che è utile e magari prezioso, se approfondito e diffusamente ‘predicato’. Consapevoli peraltro che non sia sufficiente  e capace di ‘salvare’ l’uomo in preda allo smarrimento interiore e socio-famigliare, all’odio, all’edonismo di vario genere, al furore quando non al terrore. Di là della sua valenza religiosa per i credenti, Cristo messo in croce, nel suo sacrificio per il bene degli altri, non è stato e non è “uno spettacolo” capace di per sé di redenzione, ma costituisce un di-mostrare quale sia e dovrà essere la via per realizzare, realmente, fattivamente, un’umanità più degna di dirsi tale.

 Società flash-mob in tv

Per completare questa mia riflessione su una civiltà della rappresentazione, più che della comunicazione, direi che alla nostra televisione pubblica e “di Stato”, la quale ritiene di poter esorcizzare e in certo qual modo “far digerire” al cittadino spettatore, con i suoi servizi e telegiornali di enunciazione quasi mai di approfondimento vero, quel che di irregolare, di illegale, di abnorme, di sregolato e corrotto ci sia e si manifesti periodicamente nella nostra società e nel Paese, bisognerà rivolgere ancora la frase-denuncia del fu cantautore F. De Andrè (in Canzone del Maggio – 1973). Le parole sono quelle citate in apertura. E non c’è alibi che tenga, per nessuno. In particolare per chi fa comunicazione e informazione soltanto parziale ed elusiva o intrattenimento ozioso, per quanto lucrativi e ‘spettacolari’.

Giuseppe F. Pollutri