Arte: la neofigurazione nei fratelli Ciccarone

una Mostra virtuale
Giulio e Luigi Ciccarone,
la vita nei quadri attraverso il disegno e  i colori

Cover_firma L-&-G-Ciccarone

A fine estate scorsa, i fratelli gemelli Giulio e Luigi Ciccarone, in un social network hanno così titolato un’immagine curiosamente acromatica, ripresa in studio: la vita dei colori.
Visualizzare e leggere quanto sopra, nell’accingermi ad analizzare e descrivere le opere di questi pittori vastesi, mi ha fatto pensare che, pur nella loro omogenea diversità, in tal modo fosse da titolare questa mia nota critica. Una “guardatura eidetica” (per usare un’espressione cara al mio docente, Giulio C. Argan), una “visione intellettiva”, per quel che mi riesce, della loro arte pittorica.

I Ciccarone, nell’ambiente socio-cittadino in cui vivono sono  ritenuti senz’altro validi, definiti  genericamente “bravi”, ma senza che di essi si sappia dire nulla di più specifico e pertinente.
Occorre invece, fuor dalle mostre collettive e stagionali, esaminare opere, poetica e cifra stilistica dei due autori, per parlare d’arte contestualizzata all’oggi e soprattutto autentica, sia nell’insorgenza che nella percezione privatistica e pubblica. Dare particolare visibilità alla loro arte e, non meno, individuare quel che ancora oggi dobbiamo aspettarci da una ‘buona’ (vorrei dire benefica) reiterazione  dell’attività umana che, comunque sia e si evolva nel tempo, riguardi pur sempre la creatività estetica.

Per tale approccio, nei riguardi dei Ciccarone, come per altri artisti validamente operanti in zona, occorre che vengano messi storicamente “in parentesi” schemi  fuorvianti in cui la storia dell’arte si è perduta, in certo modo trastullata, nel corso del XX secolo.  Occorre dimenticare in particolare l’arte detta  “concettuale” (e produttivamente “povera”), che svia l’attenzione del fruitore dal manufatto-opera all’intenzione dell’autore, spesso nascosta o indecibrabile. Una “decomposizione del regime culturale imposto, … una decultura” (!) è stata definita da Germano Celant, con una visione ‘critica’ attardata sulle provocazioni tutte intellettualistiche del Dadà storico, ormai vecchio anch’esso di quasi cento anni, un tempo in cui gli artisti del dopo hanno avuto modo di essere ciascuno per sé nuovi e diversi, riagganciandosi agli autentici Maestri innovatori dell’arte “moderna”, da Monet a Manet, da Cézanne a Van Gogh, da  Picasso a De Chirico, da Carrà a Guttuso…, per citarne solo alcuni. Al punto che – possiamo dire con V. Sgarbi – “dopo tanti anni di esaltazione, di ricerche extrapittoriche, di mitizzazione di Christo e Beuys, dell’Arte Povera e … della Transavanguardia, finalmente la pittura, nel senso della tela dipinta … torna in molti artisti di oggi al centro dell’attenzione”.
Tutto ciò qui premesso, sia pur sommariamente, veniamo ai nostri Giulio e Luigi Ciccarone, accomunati (origine biologica a parte) da una comune e parallela frequentazione dell’arte. Due artisti che in pittura adoperano, in genere, una tecnica similare, approdando singolarmente a una diversa …”vita dei colori”, o, per altrimenti dire, di una vita diversamente figurata con la pittura.

Giulio Ciccarone

Dei fratelli Ciccarone, Giulio lo si direbbe il più artisticamente ‘tradizionale’, il più propenso a raccontarci nei suo quadri degli uomini, delle cose  e del paesaggio, con naturalezza operativa, seppur con mediata e visivamente soffusa evidenza cromatica. Per restare alle opere esposte al pubblico negli ultimi tempi, i suoi soggetti preferiti, quelli che ben sposano una personale visione della vita, sono donne: adolescenti o appena fanciulle, che posano, per il pittore e per noi ‘visitatori’ in Gelleria, nella loro quotidianeità intima e personale. Nei gesti semplici e raccolti, nelle posture esibite come su di un palco teatrale, tali figure umane ‘rappresentano’ una vita appartata, racchiusa nei gesti che vitalisticamente diremo primari, e pur capaci di suscitare in noi  un’emotiva e sensitiva empatia umana.
Figure (o scene) di una vita dispiegata nella privata domus, apparentemente ‘addormentata’ e come tenuta dentro, appartata e nascosta. La sensazione di chi guarda è così portata a soffermarsi non sulle forme gradevolmente muliebri, seppur delicatamente disegnate ed esposte, quanto ad un’interiorità di pensieri intuibili nelle protagoniste e riferite alle note ambascie, desideri e aspettative, non prive di qualche ferita, dell’età adolescenziale e tutta coniugata al femminile. In esse e fra queste, certamente, non troviamo le “cattive ragazze” dell’oggi, nel loro esplodere o strizzarsi in “bad” vestimenti, urli e smorfie, che vorrebbero ‘emancinare’ il genere umano, di cui si mostrano mediaticamente testimonianza e immagine. Nel femmineo presentatoci da Luigi Ciccarone, può piacere o meno (sicuramente non a chi vuole dal femminile eroticità e sguaiatezza), c’è ancora – e in questo “ancora” non è da vedersi ‘arretratezza’ culturale, ma persistenza dei ‘valori’ – una pratica della vita ancorata a ‘forme’ che possono dare anche godimento e soddisfazione, ma ancestralmente naturali e umani.

La tecnica con cui il nostro dipinge, apparentemente semplice, ma che pressuppone capacità di visione, abilità nei mezzi impiegati, labor insistito e certosino. Un minimalismo gestuale e operativo, prezioso e ricercato, bene evidente nei suoi fondali di scena, sorta di tappezzeria da interno, tracciati con volute naturalistiche o ben precisi deco  geometrici. Chiaramente un pittura “di studio”, ad olio: un medium cromatico che richiede e dà tempo, utile alla riflessione, a possibili e avvedute variazioni, giustapposizioni, luminazioni, affinché l’opera si possa dire alla fine compiuta e rispondente all’idea ispiratrice. In essa una cromaticità generalmente funzionale alla descrizione delle figura, soffusa e permeante, una luce che rischiara la scena, ma che si posa e delinea delicatamente le forme. Talora invece il pigmento si dispiega nella sua matericità primaria, per realizzare una pittura più bozzetistica, meno elaborata, e pur sempre efficace quanto funzionale a dare illustrazione al mondo dell’artista che resta quello sopra descritto o percepito.

Di diversa apertura atmosferica e d’impianto sono le sue ultime immagini più estempotanee, all’acqua d’acrilico, in cui ritrae dal vero dune e vegetazioni, nuvole e mare della nostra costa. In esse realismo, natura ben evidente, ma filtrata da una cultura inevitabilmente moderna, debitrice inevitabilmente degli impressionisti francesi, o dei macchiaioli toscani, con echi ben percebili dell’amore e dell’attenzione dei fratelli Palizzi (verismo ‘800 a parte) nei confronti del paesaggio, quale ambiente da ritrarre e conservare. In costoro e nel nostro Luigi Ciccarone, con tali “landscape scenery” si realizza, oggi ancor più di ieri, non tanto la “foto del luogo” quanto il sentimento che l’uomo ha, oggi come dal principio dei tempi, di fronte alla grandezza, bellezza, varietà dei luoghi e delle cose, piante e bestie, in cui il Padreterno l’ha voluto e posto.

Luigi Ciccarone

Simbiotico con il fratello (gemello), compagno di strada in una comune o parallela produzione artistica, pur nettamente altro è l’immaginario visivo in cui si muove pittoricamente Luigi Ciccarone. La “melanconia e ansia d’assoluto”, la creatività, la tecnica costruttiva d’immagine persino, sono gli stessi, ma diverso è il mondo in cui lui visionariamente vive, che in pittura costruisce ed evoca nei quadri.

L’immaginario visivo di Luigi è tutto in esterno. Nei suoi quadri architetture fantasiose (quasi orientaleggianti, come ben si addice ad un sogno) sono protagoniste della scena. Talvolta sono ectoplasmi che pullulano come in un mondo futuristicamente extra-terrestre. Tal altra cuspidi di case semplici, tanti spioventi, affiancati e addensati sino a farne un tappeto a tarsìe per proiettarsi, seguendo svettanti torri ed alberi, in un cielo tutto ‘dipinto’. Di fronte ad esso, l’autore e noi visitatori in una mostra, ci poniamo con lo stupore del bimbo che guarda e così conosce. Possiamo affermare che l’artista con tali pitture, realizzate con tecnica ormai ben sperimentata e visualmente efficace, pare giocare con ciò che lui nel mondo ha visto, che dall’universo immaginifico tutto suo trae, e che, come per una prosecuzione lucidamente onirica, ha poi posizionato nel suo ‘disegno’ artistico. Sicchè, con tale visionarietà, appare naturale che un sole sia agganciato e tenuto lì, trattenuto da un filo, come un aquilone, o che un occhio isolato spunti là dove non ti aspetti (sempre per ri-guardare ciò che lo/ci circonda). In questa adesione al suo mondo, troviamo naturale che un lembo di cielo, esso stesso, faccia da spiovente alle case abitate dagli uomini, o che si apra sotto il soffio del vento come un lenzuolo, un sipario di scena, o che venga lì posto, appeso anch’esso come un lampadario domestico, per dirci il dove abitiamo, frammenti sia pur pensanti dell’Universo.

Non diversamente che nella pittura del fratello Giulio, la funzione della luce (nell’artista, come nel creato) è l’elemento che definisce e disvela le cose, in virtù di una tecnica pigmentale fatta di sovrapposizioni e tocchi variamente addensati e funzionalmente ripetuti. Una luminosità, che si direbbe “luminescenza” propria di ogni cosa, serenamente permeante l’universo esposto, non esplodente, non casuale, non tracciante come avviene al contrario in una pittura che astrae dalla realtà e che si vuol fare essa stessa immagine (dall’uomo) creata, pur artisticamente possibile che sia. La ‘invenzione’ artistica in Luigi Ciccarone è quella poeticamente sognata o sensorialmente percepita, quella che pittoricamente e per gradi, su di una bianca superficie, viene aggrumata e descritta.

Di recente poi, forse per una produzione più svagata e dilettevole, ma pur sempre artistica, per dare immagine anche lui allo scenario-orizzonte del nostro vivere in queste terre prossime e confinanti col mare Adriatico, ha portato il suo sguardo “en plain air”. Portandosi con lo sguardo, peraltro, oltre le dune e la vegetazione, per poi posarsi sulla distesa ondeggiante del mare, sulle vele che su di essa stanno e transitano, collegando in arco acque e cielo, ivi compreso il sole, dominus del creato, che tutto illumina e sovrasta. Per realizzare quest’altra sua visionarietà, il nostro ha fatto sua l’antica tecnica dei “papiers collés”, mezzo espressivo magistralmente ripreso nel tempo moderno da un vecchio e invalido Matisse. Anche Luigi Ciccarone, come specificatamente fece l’artista francese, per i suoi “ritagli” di colore, elementi di trssitura dell’immagine-quadro, non ricorre a stampe tipografiche pre-esistenti, ma pre-dipinte da sé su carta. Realizza così un diverso modo di dipingere, un modo apparentemente semplificatorio e sintetizzante, ma non casuale, composto come per una sequenza di note e pause sul pentagramma. Un modo per creare immagini, seppur in studio, sulla base di bozzetti o di immagini memorizzate, di fresca spontaneità, si direbbe “all’impronta”. Il risultato è una figuratività di astrazione controllata, di gratificante visionarietà, di viva godibilità.

Nell’una o nell’altra maniera, nella produzione d’arte di Luigi Ciccarone il sogno viene dipinto e mostrato. Il dipingere diviene mezzo per di-vagare, come in sogno, nella natura. Il quadro per esprimersi nel rapporto etico ed estetico fra gli uomini.

Giuseppe Franco Pollutri

(per la “Associazione Culturale L’Argonauta”)