Marc (Chagall) e Bella nel territorio pittorico dell’arte e della poesia

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Ha scritto Bella sull’agire pittorico del suo Marc, in “Come fiamma che brucia”, diario-testimonianza di vita e d’amore: “Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…” .
Bella Rosenfeld è stata la musa ispiratrice dell’artista, oltre che moglie, compagna inseparabile e simbiotica di quasi un trentennio, fino alla morte improvvisa (lasciando Marc nelle “tenebre”), nel 1944.
La mostra dell’artista ebreo-russo, naturalizzato francese (“Marc Chagall. Una retrospettiva 1908-1985”) aperta in questi giorni al Palazzo Reale di Milano, si presenta come la più grande retrospettiva a lui dedicata. Il periodo trattato in mostra, con temi che seguono la cronologia creativa, va dalla prima opera del 1908 fino alle ultime degli anni Ottanta.
Visitabile fino al 1° febbraio 2015.

L’arte di Chagall (Moishe Segal) è una sorta di mescolanza e sintesi fra le culture e le tradizioni dei luoghi da cui proveniva e in cui è vissuto: la cultura ebraica, quella della terra russa, e la più libera, quanto meno genuina, occidentale (parigina e statunitense).
La curatrice della mostra, Claudia Zevi, afferma in Catalogo che:

“Chagall è uno dei pochi maestri del ‘900 che mantiene intatta la sua capacità di fascinazione e di presa sul pubblico del mondo contemporaneo. Ciò è dovuto non solo alla piacevolezza della sua pittura e al suo tono onirico, ma anche ai temi che ha affrontato nel corso della sua vita. Chagall fu uno straordinario poeta, capace di cantare come pochi i temi dell’amore e dei sentimenti, (…) capace di esprimere stupore, gioia e meraviglia di fronte alla natura e all’umanità”.

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“Quando morirà Matisse, Chagall sarà l’unico pittore rimasto a capire cos’è il colore”,
ebbe a dichiarare Pablo Picasso. Muovo da questa affermazione assoluta e importante per fare alcune riflessioni e considerazioni sull’arte del secolo appena passato e sulla contemporaneità.
Tornare a guardare, attraverso questa mostra milanese,  e sia pure per mediata comunicazione visiva, quadri e immagini di Chagal, rappresenta una ventata culturale positiva e assai propositiva. Come d’aria fresca e salubre. Capace di ri-mettere idee e proposizioni in ordine, sull’artisticità in genere e sull’arte pittorica in particolare. L’arte dell’oggi può anche essere, o considerata tale, anti-moderna o nemica del modernismo, senza che si possa dirla “non più attuale”, non vitale o non più valida. Scrive V. Sgarbi, nella sua veste di critico consapevole e acuto, in una monografia del francese Balthus, altro fondamentale pittore contemporaneo: “… con lui si è potuto ricominciare a parlare delle opere d’arte per quelle che erano e sono nella realtà, per quello che esprimono… Dopo anni di esaltazione, di ricerche extrapittoriche, di mitizzazioni di Christo e Beuys, dell’arte povera e da ultimo …della Transavanguardia, finalmente la pittura, nel senso della tela dipinta, …ritorna al centro dell’attenzione”.
Come dire: a) che si può anche fare, oggi e forse anche domani, a mezzo delle moderne tecnologie, altra e diversa cosa del dipingere o scolpire (…non so quanto in architettura delle costruzioni); b) ma che, ad ogni modo, la ‘classicità’ degli autentici Maestri contemporanei non solo è ancora produttiva di valori umani, ma in essa risiede un’inovviabile forza espressiva, emozionale e comunicativa.
Sia beninteso, la pittura autenticamente contemporanea non può che essere priva della “carnalità cromatica e figurale” (mutuo la citazione, sia pure non filologicamente, da G. Celant, teorizzatore dell’Arte povera) con la quale alcuni, per diletto e/o per mestiere, continuano a produrre “quadri” e soggetti di pittura fuori tempo e senza senso (artistico o sociale), scimmiottando un’arte che di ‘rinascimentale’ ha soltanto la maniera, non il rigore, autenticità tanto meno. Il risultato, purtroppo – dice sempre Celant – è “una pittura zibaldone di cose viste e lette … delle sante e beate scene di genere”, “priva dell’inquietudine della storia, (…) dove l’assenza di coscienza diventa impresa monumentale”! Per dirla in maniera più semplice: si confonde la figuratività con la mimesi cromo-fotografica, spesso fuori misura, degli uomini e delle cose. Gli artisti contemporanei, a partire dai Matisse e Cézane, passando per V. Van Gogh e quanti altri veri maestri ha conosciuto gli ultimi due secoli, seppur si sono espressi e si esprimono ancora con la pittura (il disegno e la scultura), hanno con essa iconicizzato, per la storia e la cultura, “lo spirito del tempo”, sia nella tecnica che nei contenuti.

Per tornare all’artista in mostra, alla luce delle osservazioni qui tracciate, M. Chagal figura i suoi personaggi (uomini, cose, case, fiori, icone e simboli) con una cifra stilistica, di-segno e colore, mutuati inevitabilmente dagli anni trascorsi in vita e dagli eventi, dalla ‘gente’ con cui ha condiviso amore e guerra, arte e passioni, poesia e tragedie. Ha nella sua figuratività indubbiamente uno “stile moderno”, pure, classicamente, ottiene nel e con il quadro fabulazione di sogno e motivo di riflessione. Con la sua costruzione visiva di segni e colori, tutta emozionale e poetica, ha per così dire liberato gli uomini, ad iniziare da se stesso, e in uno con la sua Bella, dalla fisicità ponderale delle creature viventi, per farsi elementi come d’atmosfera, nello spazio e nel tempo, per un trapasso simbolico che goda della carnalità e non meno della spiritualità dei corpi animati e illuminati dal credo e dal sentimento, d’amore ma non solo.

Giuseppe F. Pollutri (http://scritturadarte.jimdo.com/)