L’arte di pennello e sentimento in Filippo Stivaletta, pittore copista in Vasto

F-Stivaletta_da-D.G.Rossett F-Stivaletta_Ved-di-Vasto-w Locandina_Pers-F-StivalettaDal 15 al 22 luglio, alla Sala Mattioli di Vasto, espone ancora una volta l’apprezzato pittore copista di Vasto, Filippo Stivaletta.

In mostra con opere pittoriche, famose e ammirate nel tempo, di Dante Gabriel Rossetti e dei suoi contemporanei artisti inglesi, dell’impressionista francese Claude Monet (con le sue Ninfee), e non meno di pittori ‘nostrani’, come Filippo Palizzi (nei suoi noti ‘rurali’), o di G. Smargiassi nella sua “Veduta di Vasto”(donata dall’autore, nel 1835, al compaesano esule a Londra, Gabriele Rossetti).

Il “rendersi simile a qualcosa e/o qualcuno” è un’attività umana, ancestralmente fondamentale quanto ineliminabile, già ben descritta in positivo dalla filosofia greco-antica, aristotelica ma non solo. La “mimesis” può essere esteriore o interiore, superficiale o profonda, può rivolgersi all’apparenza dell’altro o a qualcosa che nell’altro veramente è e per un preciso motivo si pone quale valore.

In Filippo Stivaletta la voglia del “fare-come” non nasce, o non per questo si suffraga, da un mancanza di originalità di proposta artistica autonoma, quanto da un predilezione, competente e sempre più raffinata, verso una “pittura” magistralmente evocativa, espressione di una visionarietà sentimentale ed espressiva, talora di forte simbologia o di immanente naturalismo, degli artisti ottocenteschi o primo novecento, in particolare appartenenti e coevi della Scuola del Preraffaellismo inglese. All’interno di questo suo rimando elettivo e mimetico – particolare non aggiuntivo, ma sostanziale – assai netta è, come precisa l’autore, l’illustrazione del “fascino femminile”: la donna riguardata, descritta e raffigurata, nelle sue specifiche pose, movenze e formosità (solo apparentemente celate dai delicati e leggeri panneggi), tra l’evocazione di sentimenti romantici o sinanche spirituali, al tempo stesso suggestivamente passionali e carnali, seppur privi dell’eroticità esplicita, quanto non volgare, del tempo moderno.

 

La tecnica pittorica, l’efficacia cromatica, l’abilità di trasposizione presenti in questi ultimi lavori di F. Stivaletta si sono straordinariamente affinati, e sono da dirsi mirabili in un autodidatta, modesto quanto ben consapevole delle proprie doti innate e, paralellamente, della necessità di doversi esercitare nell’arte (potremmo, senza disvalore, dire “il mestiere”) con un intenso lavoro di studio, peraltro abbinato all’approfondimento eidetico e culturale ai quadri d’autore amati e riproposti. Si dirà, e si sa, che la riproducibilità tecnica dell’immagine d’arte oggi permette di avere copie, a stampa (magari “su tela”), perfettamente fedeli agli originali. Sono e restano immagini che non producono emozione vera, buone soltanto per l’arredo decorativo di massa. Al contrario, pur restando all’attività imitativa detta, sarà difficile considerare le tele esposte da F. Stivaletta semplicemente delle copie. Sono sue interpretazioni originali, quanto ad adesione sentimentale ad un epoca, hanno la preziosità di un poietico fatto-a-mano, con pigmenti (saper vedere) e pennello, a suo modo ancora unico, culturalmente avvalorato.

G. F. Pollutri

 

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